lunedì 16 settembre 2013

Undici settembre 2013, a Barcellona indipendentista noi c'eravamo





Undici settembre 2013, a Barcellona indipendentista noi c'eravamo
Barcellona, Catalogna, 11 settembre 2013, ore 17,14: noi c'eravamo. E non diciamo "noi" con la pomposità del plurale majestatis, perchè siamo stufi dell'autoreferenzialismo fine a se stesso. Lo scriviamo con umiltà e consapevolezza, da siciliani, ma soprattutto, da giornalisti. Ce lo siamo chiesti, ed abbiamo intravisto subito la risposta. E' quella che avrebbe dato Erodoto, uno che c'era, o Senofonte nella memorabile ritirata dei Diecimila: nei momenti cruciali della Storia si è protagonisti, testimoni, cronisti, ovvero, oggi si dice (che brutto termine... perchè non "cantori dell'Ignoto", pascolianamente...) giornalisti.

Fu un frangente dovuto alla passione indipendentista che fece incrociare le nostre strade con gli amici di "Gent de la Terra" (qui ringraziamo calorosamente Teresa e Ramòn Vilardell Jové per l'affettuosa accoglienza) che è tra le organizzazioni dell'Assemblea Nazionale Catalana, i quali vollero lo scrivente e Salvatore Musumeci del rinnovato MIS (che però non ci fu per impegni di lavoro) alla "Diada", come si dice in catalano, ovvero la imponente catena umana la quale ha ricoperto tutta la Catalogna dei colori giallo e rosso della bandiera indipendentista. E' la nostra medesima bandiera, sono i colori del drappo dell'EVIS e della ufficiale di Sicilia. Noi l'avevamo sulla pelle: una camicia gialla e rossa confezionata dalla gloriosa ditta Castello dell'altro amico indipendentista, nonchè fautore della moneta complementare (di cui abbiamo parlato a Barcellona, interessato lo stesso Presidente Mas), Pippo Pizzino. Quindi la Sicilia indipendentista partecipò. Ma c'era anche il "raccoglitore di storie".

Non si può descrivere l'entusiasmo che cogliemmo il pomeriggio dell'undici, mentre i rintocchi delle campane coinvolgevano emotivamente e passionalmente l'oltre un milione di persone in tutta la nazione catalanofona. Noi eravamo nel cuore della catena (l'idea è presa in prestito dai paesi baltici che nel 1990 ebbero l'indipendenza dall'URSS) in quella piazza de Catalunya in Barcellona, storicamente pregna di significati nostalgici, e ci guardavamo intorno, con lo sfolgorìo dei termini "llibertat" e "independencia" rimbombanti senza confini. Nel nostro piccolo, come i missionari nei secoli passati, eravamo in rappresentanza della Sicilia già separata dalla Natura, stato de facto con lo Statuto pattizio del 1946.... ma quanto distante ancora il nostro cammino dal loro! C'erano anche, organizzati in uno stand, gli indipendentisti sardi e della Corsica; quelli della Scozia e dei paesi Baschi; gli italiani del nord invece (con quel brutto accento) pensavano a fare moneta con i loro negozii in città... nessuno del tramontato "secessionismo" leghista... Sotto l'arco di Trionfo, numerosi stand dimostrativi propagandavano ciò che è stato, ci si spiegava, un lungo travaglio esplicativo, ma che finalmente è sceso sin nella psicologia collettiva: mentre sino a un decennio fa la classe media catalana e barcellonese era tiepida verso l'indipendentismo, ora tutti gli strati sociali, dal tassista ex franchista all'opulento riccastro, parteggiano per l'autodeterminazione.

Barcellona è una grande città, un milione e seicentomila abitanti, frequentatissima dai giovani che ivi convergono da tutto il mondo per le borse di studio universitarie, o semplicemente per godere della "bella vita" notturna; è la seconda città "gay friendly" d'Europa dopo Amsterdam (ma in giro anche la notte, non vedemmo nessuna ostentazione, come da noi...), è pulitissima e immensa, difficile da girare a piedi se non si è abituati, con strade grandissime in stile londinese; una città a misura di ciclista, con moltissime bici che l'Adjuntamento (il Comune) mette a disposizione di tutti, e che poi si depositano nelle rastrelliere (oh Palermo, oh Catania...), con ordinate piste ciclabili nei due sensi. E' una città religiosa, anche se non come un tempo (la Madonna di Monserrat, eguale alla nostra di Tindari, è molto venerata, così il celebre Cristo di Lepanto), di grande cultura, con moltissime librerie (un quartiere alla moda, Gracia, ne ha una trentina, oltre negozi raffinati e di gustosi manicaretti),voglia di conoscere, di sapere, cosmopolita: per dare l'idea, noveràmmo ben sette lingue (contando il siciliano, naturalmente) conversando a pranzo con gli amici, che si utilizzarono... E soprattutto, mentre tutti qui ricordano la situazione economica positiva della Catalogna, noi riscontrammo le lamentele degli indipendentisti che dicevano loro essere in crisi come nazione, perchè c'è il 25% della disoccupazione e di un quarto è calato il costo della moneta. E noi a spiegare che la Sicilia, nella realtà quotidiana, è ben peggio socialmente che la Grecia, e se non fosse per le pensioni e gli stipendi che mantengono due o tre famiglie ciascuno, e per l'immenso commercio in nero, la società siciliana sarebbe già caduta: questo avverrà presto purtroppo, come più volte ribadito da diverse analisi, se non si pone rimedio alla deriva.

Ma l'entusiasmo dei catalani, e di oltre la metà dei barcellonesi giovani (l'altra parte è tiepida o unionista con la Spagna: il ministero dell'Interno di Madrid ha parlato di 400 mila partecipanti volendo sminuire, gli indipendentisti dell'ANC di 1,600 mila partecipanti alla catena: di sicuro oltre il milione), è tutto per l'indipendenza, e lo notammo dalle piccole cose. Come ben si sa nel mondo indipendentista siciliano, o sicilianista, noi si ha difficoltà persino nello stampare una maglietta con la scritta "free Sicilia". Ma a Barcellona migliaia di euro sono stati investiti per i cosiddetti gadget: non solo bandiere e magliette, ma grembiali, spille, copricapi, ombrelli, accendini, persino carte d'identità del nuovo stato catalano sono vendute e prodotte. E' vero che nei tempi d'oro, la Lega al nord Italia si è mossa in questo senso. Ma la domanda che ponemmo è (della Lega lo sapevamo): qui chi paga? I catalani indipendentisti ci risposero quasi unanimemente che sia i partiti separatisti, che la gente, finanziano in modo spontaneo la propaganda. Dalle loro espressioni fideistiche, non avemmo dubbi a crederlo. E se è vero che fu un lungo processo anche storico, con la scelta della data, il 1714, di una sconfitta militare (abbiamo visitato il Museo celebrativo dei martiri catalani sterminati dalle truppe di Filippo V, e il loro generale la cui testa venne esposta mozzata per ben 12 anni nella pubblica piazza in segno di scherno...), è anche evidente che le differenze di posizione trovano in Catalogna la base unitaria nell'indipendentismo poichè esso è un processo relativamente giovane e nato dopo la dittatura franchista nelle forme attuali (anche se ha avuto manifestazioni pregresse nei decenni precedenti) e marcatamente laico e progressista. Non comparabile, adesso che ci siamo stati letteralmente in mezzo ne siamo del tutto consapevoli, sia per la koinè linguistica, che soprattutto per le sovrastrutture internazionali e geopolitiche, leggère in Catalogna e invece molto pesanti, anzi diremmo fondamentali per la Sicilia cuore del Mediterraneo da tremila anni per la strategia militare e politica delle Potenze nei tempi, con la situazione siciliana. In altra occasione approfondiremo il tema.

Qui è bello registrare la pàssio che un popolo fieramente caloroso come il catalano, elegante, discreto (i catalani non ti chiedono mai chi sei e cosa fai: per loro l'ospite è sacro, come i Feaci con Ulisse, nel vero senso del termine...) esprime nel "dìa de la indipendencia". Anche se vi sarà una consultazione popolare presto, e non potrà essere che una ratifica della volontà della maggioranza della gente catalana di separarsi dalla Spagna, il Presidente Mas vuole giungervi per via strettamente democratica. Questo è un bene ma anche un calcolo, perchè è perfettamente logico che il governo di Madrid il quale, come nella Costutuzione italiana è sancita l'indivisibilità dello Stato (ma da noi v'ha la contraddizione in termini dello Statuto, nato prima della medesima Costituzione.... non l'unica stortura giuridica italica purtroppo, per cui l'Alta Corte Siciliana fu soppressa ad hoc...), ha anch'esso come cardine l'unità spagnola e non concederà la separazione, almeno nella forma. C'è anche tra gli indipendentisti chi teme un casus belli, un attentato (dice nulla l'undici settembre come data? Dopo la strage in USA, entrarono in vigore leggi severissime in molti stati, che non sono abolite tuttora, anzi...) che possa dar luogo al governo centrale di intervenire militarmente e stroncare nella repressione la volontà sovrana di un popolo in cammino libero. A noi siciliani, che ben siamo abituati alle trame oscure, questi discorsi stimolano un abbòzzo di sorriso. Quando la buonanima di Finocchiaro Aprile nelle allocuzioni pubbliche parlava del "caro Winston" e del "mio amico fraterno Franklin Delano", sapeva quello che diceva. Non erano, come qualcuno adombra, trame da incappucciati, ma discorsi molto serii. Del resto, gli "incappucciati" e gli avversari di essi ci sono anche in Catalogna. E sono fieramente indipendentisti, come anche parte della Chiesa cattolica. Però, a parte gli orditi all'ombra della Sagrada Famiglia di Gaudì, resta indelebile la lotta sorridente di un popolo, diverso da noi ma con molte similitudini storiche, con i Re in comune (i sovrani catalani del XIV secolo che furono Re di Sicilia.... provate a parlare agli indipendentisti catalani dei Borboni o di Juan Carlos.... che per loro sono degni solo di essere dei caganer...del resto, anche per la storia siciliana, non ci fu dinastia più nefasta di quella borboniana, negli ultimi cinquant'anni del loro dominio) e che, anche se ha i "butiflé", i nostri "ascari" ovvero traditori e venduti al governo romano, vulgata con cui si designano coloro che, più prosaicamente, noi chiameremmo politicanti pappòni, è per la propria storia e per le convergenze parallele, più libero.

Noi, per un complesso di cose, abbiamo perduto la coscienza di codesta libertà. O più serenamente, siamo stati liberati. E "ci" liberiamo, quando vogliamo. Per amore o per forza. In Catalogna ci siamo sentiti pienamente catalani. Lo diceva anche un grande conterraneo del XVIII secolo, il Conte di Cagliostro: "tutti i popoli mi sono cari, in ogni luogo è la mia casa...". Ed è giusto così: "rimani con noi, Signore, perchè viene la sera... ", ricorda il Vangelo. Però... sull'aereo di ritorno, era inevitabile ripensare alle parole della bella canzone di Dalla, che è un moderno manifesto del nostro essere: "E fra un greco, un normanno e un bizantino, io son rimasto comunque siciliano..."


Francesco Giordano *

* Le foto allegate, sono state scattate da me...

(Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2013/09/barcellona-indipendente11-settembre-2013-noi-ceravamo/)

lunedì 9 settembre 2013

Lo sbarco in Sicilia nel 1943 nelle foto di Phil Stern




Lo sbarco in Sicilia nel 1943 nelle foto di Phil Stern

Abbiamo visitato, l'ultimo giorno utile, scelto non a caso (l'otto settembre del 1943 il governo italiano, dopo che radio Algeri aveva trasmesso l'annuncio nel pomeriggio, comunicava l'attuazione dell'armistizio con le potenze alleate), la mostra fotografica "Sicily 1943" di Phil Stern nei locali del Credito Siciliano in piazza Duomo ad Acireale; Stern era all'epoca sergente dell'esercito USA e divenne fotografo di fama nel dopoguerra: le immagini documentano lo sbarco degli americani a Gela e Licata, i passaggi a Comiso e Priolo, nonchè Palermo e altre località siciliane. Completò l'esposizione una scelta di fotografie dell'Imperial War Museum di Londra, documentanti varie fasi dell'avanzata anglo-americana e dell'occupazione, in quella torrida estate.

E' stata una mostra curata con gradevolezza, le immagini nel meraviglioso bianco e nero dell'epoca, furono ingrandite abbastanza per consentire l'ottima visione ai visitatori. Molto importante la comprensione tecnica, poichè erano esposti due degli apparecchi fotografici usati dal ventiquattrenne Stern (oggi a 93 anni e malandato, non è mancato all'inaugurazione, il 10 luglio, della mostra, tornando in Sicilia dopo 70 anni) nella campagna: una Kodak Bantam (con rulino 828, cioè il 35 mm senza le forature: ma questo non era specificato nella mostra) e una Kodak da 35 mm in uso alle forze Armate USA. Stern usò anche, non si sa con che macchina, il negativo 6x9: fu esposta una striscia di tali fotogrammi fabbricati dalla Agfa (evidentemente materiale recuperato qui in Sicilia, poichè l'odiata Germania che era, ed è, l'eccellenza nell'ottica e nel materiale fotografico, non doveva figurare che negativamente).

Ciò che concerne l'aspetto visivo testimonia della già cresciuta abilità del fotografo, nell'inquadrare situazioni particolari con al centro o l'uomo, o la scena fuggevole. Su tutto, il valore del documento, che è assolutamente asettico. Così le due o tre foto di soldati tedeschi carbonizzati, ingrandite senza scrupolo di pietà (noi pensavamo ai parenti di quei ragazzi che non tornarono più...) per la loro nudità corporale avvampata dalle bombe alleate, contrastavano con l'allegra nudità del corpo fresco del giovane Stern in Tunisia e in Sicilia, evidentemente pago della vittoriosa avanzata delle truppe statunitensi.

Gli assolati paesaggi della Sicilia, in quell'estate che chi ha vissuto non dimenticherà più, sono emblematici: carretti per le vie di Palermo e nelle strade sterrate dell'entroterra, volti tesi, nessun sorriso (la fame è fame...). Sorride diverse volte Stern che si autoritrae con una famigliola sicula, donne rigorosamente nerovestite: ma essi non sorridono, mai. Anche l'ossessione del fascismo nella ripetizione, in tutti i paesi, del termine "Duce" scritto quasi ovunque, documenta di un martellamento mediatico ante litteram, che diede tutt'altro che i frutti sperati.

La guerra in Sicilia, dopo tre anni di bombardamenti a tappeto contro le popolazioni civili principalmente (anche se sulla carta gli obiettivi erano militari), fu un'infamia. La responsabilità è certo di chi la scatenò. Lo chiariscono bene le foto, piccole, dell'Imperial War Museum: ove si vedono diverse scene di paesi e citta siciliane, l'Etna dall'alto, e momenti di colore locale (in una, due ragazze succinte mostrano le cosce agli occhi avidi dei soldati alleati... facile immaginare il resto...). Le didascalie furono spesso approssimative e imprecise, sia nelle foto di Stern (a Palermo fotografandone la statua, Ruggero Settimo è appellato "re"...) che in quelle britanniche (Catania, da noi ben riconosciuta, non è citata, ma lo sono Scordia e Paternò...); mancò un catalogo e persino una brochure, che avrebbero reso tangibile la testimonianza del passaggio dell'esposizione in Sicilia. Manchevolezze degli organizzatori, evidentemente. Il vantaggio fu l'ingresso libero a coloro i quali vollero rivedere momenti fondamentali per la storia della Sicilia, e d'Europa. In ogni caso, rendere permanente anche una parte della collezione fotografica di Stern in Sicilia, alla pubblica fruizione, sarebbe una idea apprezzabile.
(F.Gio)