mercoledì 21 marzo 2018

Riuscita la "Traviata" al teatro Bellini di Catania


RIUSCITA LA “TRAVIATA” AL TEATRO BELLINI DI CATANIA


Con interpreti all’altezza dei ruoli, la produzione in versione regionalistica del celebre dramma parigino di Giuseppe Verdi fu apprezzata dal pubblico catanese

“La Traviata ha fatto un fiascone”, scriveva Giuseppe Verdi nel marzo 1853 a proposito della prima rappresentazione della sua opera alla Fenice di Venezia: complice la novità per l’epoca del testo, ma verrà a trionfare dall’anno dopo e oggi può dirsi l’opera italiana più rappresentata al mondo, che porta il genio popolare del compositore bussetano, immerso nel tricolore stemmato con la croce di Savoja (Verdi fu Cavaliere dell’Ordine Civile della Real Casa Sabauda, che oggi vive nell’Ordine al Merito Civile), nei quattro continenti.
L’edizione di Traviata la cui prima si diede la sera del 16 marzo nel teatro Bellini di Catania, rispettando i canoni dell’opera popolare (anche se la forma sta perdendosi nel pur foltissimo pubblico delle grandi occasioni: pochissimi smoking per gli uomini, che preferiscono la meno impegnativa cravatta; donne in età curate ma più giovani che non disdegnano i jeans, senza contare alcuni individui con orribili polpacci senza calzini…), ha riscosso il notevole successo dei convenuti: si “giocava in casa”, è vero, produzione del teatro Massimo di Palermo, allestimento scenico in Liberty che è stato ripreso dalla capitale siciliana del XIX secolo, arieggiando i Basile e i Florio, senza considerare che l’opera, come tutti sanno e come sovente ripete il libretto di Francesco M.Piave, è ambientata in Parigi; con  codesto indulgere a certo “regionalismo” ultimamente in voga (se chiamarlo provincialismo, per tale opera universale, appare fuori luogo…), la catanese “Traviata” ebbe un riscontro più che buono, nelle sue tre ore di spettacolo.

La regia del Pontiggia non forzò eccessivamente la mano e mise l’ottimo coro delle maestranze del teatro a proprio agio nelle scene collettive; il direttore Jordi Bernacer, seppure a volte non susseguente, si mostrò adeguato alla partitura; ottime le voci del sempre brillante Riccardo Palazzo (Gastone), incisiva quella del mezzosoprano Sabrina Messina (Flora) come anche Carmen Maggiore (Annina); da apprezzare Piero Terranova (Giorgio Germont); bravo Gianluca Tumino (il Marchese)  mentre senza infamia e senza lode, fu il tenore Javier Palacios, nel primo atto senza dubbio sotto tono, poi ripresosi nei successivi.
Il ruolo di Violetta Valery, come sappiamo “soffre” degli immensi càlchi novecenteschi di Joan Sutherland, di Maria Callas, nonché della versione teatrale e cinematografica della Margherita Gauthier, la Signora delle Camelie, che fu Greta Garbo come Eleonora Duse. Qui abbiamo avuto la voce del soprano Daniela Schillaci, che già aveva interpretato quel ruolo anni fa anche al Bellini: la Schillaci ha un pubblico di fan (presente anche alla prima, nel loggione) che la supportano, una bella presenza e una voce notevole: nel primo atto fu troppo irruenta (“Follie…Follie”) come lo era stata nelle versioni registiche precedenti, “rimaneggiando” poscia in positivo l’impostazione tonale nei successivi atti, laddove la mano del regista ha rammentato al soprano che Violetta non è una donna di vita (pasolinianamente), ma una ragazza raffinata del puro Ottocento, che deve per mantenersi, scegliere una “protezione” altolocata la quale alfine la porta alla tragedia ed alla morte.  In questo senso il ruolo vocale fu ben svolto da Daniela Schillaci; il personaggio un po’ meno, anche se molto dal pubblico etneo le è concesso, anche il fuori scena dopo il primo atto a raccogliere i certo meritati applausi, i quali di solito si mietono alla fine e, quantunque il pubblico dei convenuti fosse partecipe perchè Verdi è Verdi e Traviata la conoscono tutti, non furono così prolungati come forse alcuni si attendevano.
Un plauso alla valente orchestra del teatro Bellini, i cui elementi non mancano mai di mostrare la loro partecipazione intensa, anche quando vi è meno solennità, figurarsi in una opera come codesta, tanto amata dalle masse per le sue arie celebri e pezzi musicali anche mutati per banda. “Alfredo Alfredo, di questo core, non puoi comprendere tutto l’amore…tu non conosci che fino al prezzo del tuo disprezzo, provato io l’ho… io spenta ancora, pur t’amerò”, si azzarda a dire Violetta dopo che Alfredo l’ha svergognata dinnanzi a tutti, pria che il padre venga a fermarlo: dramma cosmico dell’amore che anche nei tumulti dell’anima non dimentica di aver sofferto e dònasi davvero per sempre, “spenta ancora”, come era nel grande, irripetibile XIX secolo: e se è vero, come lo stesso Verdi ha affermato, che in Violetta egli vedeva la convivente, poi moglie, il soprano Giuseppina Strepponi, ciò dia luogo di intendere come il personaggio di Violetta non sia una cortigiana, bensì una donna davvero intensa e persino timorata di quel Dio che aleggia in molte pagine del pur miscredente Verdi.
Violetta deve morire, perché “se tornando”, dice ad Alfredo, “non mi hai salvato, a niuno in terra salvarmi è dato”: dannazione cosmica di colei che fece soffrire e perciò appare destinata all’annientamento? Non sappiamo fino a che punto, ma oggi come ieri, è questa la fine di chi spezza i sacri vincoli che giurò un giorno: la Nèmesi dell’antichità esiste e nessuno può cambiarla, neppure se la camelia da sagrifizio diventa rosa rossa del destino e di un amore rinnovato in nuove mani e in nuove strade.  Questi ed altri messaggi lancia “Traviata” che nella edizione marzo 2018 del Bellini, può dirsi tecnicamente riescita, anche se non è la voce del momento, bensì il personaggio che vive in eterno,  memento mori del fiore che non tramonta.

http://www.globusmagazine.it/132072-2/#.WrIq2-jOXIU

venerdì 2 febbraio 2018

Gala del Coro Lirico Siciliano alla Badia di Sant'Agata e premio a Fiorenza Cossotto


CATANIA, PREMIATA LA “DIVINA” MEZZOSOPRANO FIORENZA COSSOTTO


Riconoscimento alla carriera ad una delle artiste più grandi della lirica novecentesca, unitamente ai Maestri Vaccari e Arlia e luminosa galleria di brani eseguiti dagli artisti diretti dal Maestro Francesco Costa, alla presenza del Vescovo Gristina e di foltissimo pubblico
Serata molto bella all’insegna dell’eleganza e della buona musica nonché nel premiare grandi nomi della lirica, quella svoltasi il 31 gennaio a Catania, nella monumentale chiesa dellaBadia di Sant’Agata, accanto il Duomo (giojello settecentesco, codesta chiesa, la cui forma particolarissima e la ricchezza architettonica furono il dono che l’architetto Vaccarini vòlle fare alla Santa catanese, prima del suo ritiro), mercè il Coro Lirico Siciliano, che ha voluto organizzare un gran Galà nell’ambito della settimana musicale agatina, giunta ormai alla quarta stagione. Con il supporto della rettorìa della chiesa, la serata si svolse in modo intenso ed elegante: la stella di prima grandezza ospitata fu la “divina” Fiorenza Cossotto,notissimo mezzosoprano dalla lunga carriera, che in sessanta anni di palcoscenico, esordendo alla Scala negli anni ’50 diretta da Maestri della levatura di Votto e Serafin, ha avuto una brillantissima e fenomenale  vita artistica, cantando dal Covent Garden di Londra a Chicago ai maggiori teatri di ogni nazione, affermandosi come massima espressione del ruolo di mezzosoprano nei toni alti e gravi, dalla brillantezza timbrica assoluta. Onorando l’Italia nel mondo, è giusto che la Repubblica l’abbia insignita del titolo di Cavaliere Gran Croce dell’Ordine al Merito.      
La signora Cossotto appena giunta in città ha voluto subito deporre una rosa bianca sulla tomba di Vincenzo Bellini; ella è rimasta una diva anche nella serata catanese dispensando sorrisi e gentilezze al pubblico della città etnea che dopo anni di assenza, la accolse con grandissimo affetto;  è la stessa artista sublime che ha cantato nei ruoli di Suzuki nella Butterfly, la indimenticata Eboli del Don Carlo,  Adalgisa e Teresa in Norma e Sonnambula,  Santuzza in Cavalleria e Cherubino nelle Nozze di Figaro, negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, accanto a Maria Callas, Mario Del Monaco, Carlo Bergonzi, Alfredo Kraus, Renata Scotto, Montserrat Caballè, entrando a pieno diritto nel novero dei grandi della lirica mondiale: il mezzosoprano per eccellenza è lei…  e come i bei tempi, a Catania ha avuto ancora frotte di ammiratori (e corteggiatori) d’ogni età.   Perchè quando si entra nella dimensione del mito, le barriere spazio-tempo non più esistono.    Premio meritatissimo quindi il genius loci del Coro Lirico, il Maestro Francesco Costa (che ha diretto il suo Coro), non poteva che attribuire alla signora Cossotto, la quale ha altresì fatto dono della sua ancor ottima voce, nell’assolo “Panis angelicus” di Franck, accompagnata coralmente dagli artisti.  La presenza dell’Arcivescovo Metropolita di Catania Monsignor Salvatore Gristina, che ha voluto personalmente consegnare il riconoscimento alla “divina” Cossotto, è stato un ulteriore segno della importanza della serata.
Fra i premiati vi furono il Sovrintendente del teatro Petruzzelli di Bari Giandomenico Vaccari,noto musicologo (consegnò il premio il dottor Filippo Donzuso, del comitato per i festeggiamenti agatini) e il più giovane direttore di conservatorio d’Italia, in Calabria, Filippo Arlia, pianista e promettente interprete della musica classica : si pensi che il 29 maggio dirigerà alla Carnegie Hall di New York l’unico tributo a Rossini previsto da quel teatro.    Assente il pur premiato tenore augustano Marcello Giordani.   
brani eseguiti e molto partecipati dal foltissimo pubblico, oltre all’Inno a Sant’Agata di Licciardello con parole del sacerdote poeta Antonio Corsaro e lo “stans B.Agatha” di Tarallo, , furono  l’Inno alla vita del Maestro Francesco Costa (dedicato al rettore della chiesa Massimiliano Parisi), l’Ave verum di Mozart e il Te Deum in do maggiore di Bellini, un omaggio a Rossini nel 150° dalla morte col corale “Dal tuo stellato soglio” dal Mosè in Egitto (solisti S.Fiura, S.Cravara, A.Munafò, R.Bosco), un trittico verdiano (Verdi è sempre Verdi…) con “va pensiero…”, “coro di zingarelle”  e “vedi le fosche notturne spoglie” da Nabucco, Traviata e Trovatore; indi sempre per coro, Mascagni di Cavalleria Rusticana con “regina coeli inneggiamo…” e il celebre “Inno del sole” dall’Iris, ove si notò la perfetta bravura piasnistica di Alistair Sorley; infine chiusura corale con “brindisi” dalla Traviata, per la grande opera italiana che il Coro Lirico Siciliano esporta nel mondo: reduce dal viaggio in Cina che ha portato a notevoli successi, la compagine del Maestro Francesco Costa non poteva che inaugurare degnamente le festività agatine con un evento così denso e importante.

http://www.globusmagazine.it/catania-premiata-la-divina-mezzosoprano-fiorenza-cossotto/#.WnSo7KjibIU

mercoledì 17 gennaio 2018

La prima della Rondine al Bellini di Catania alla presenza del Presidente della Repubblica


AL BELLINI DI CATANIA CON “LA RONDINE” ALLA PRESENZA DEL PRESIDENTE MATTARELLA


Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha assistito martedì 16 gennaio, a Catania, a ‘La rondine’ di Giacomo Puccini, che ha aperto la stagione lirica del Teatro Bellini di Catania. 

La Rondine pucciniana a Catania vola alto solo per uditi raffinati: questo il sunto dell’apertura della stagione 2018 del teatro Bellini di Catania, scenario che si prospettò fastoso per la presenza, prima volta nella storia del tempio della lirica catanese, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (che in precedenza visitò il quartiere periferico di Lebrino) accompagnato dal nuovo Presidente della Regione Nello Musumeci e dal Sindaco etneo Enzo Bianco, nonché dagli immancabili corazzieri e da un foltissimo apparato di sicurezza, che ha ampiamente fatto anticipare l’ingresso degli spettatori,  passati da due improvvisati “metal detector”. Pubblico delle grandi occasioni con donne insolitamente ingiojellate e a volte eccessivamente cariche di velluti, ma non folta presenza (già il terzo settore era semivuoto e in platea diverse file rimasero tristamente sguarnite), per il fatto che l’opera pucciniana, seppure magnificata dal direttore-regista ospite Gianluigi Gelmetti, non ha smosso più di tanto il tradizionalissimo pubblico dei melomani catanesi.

Eppure la trama (ad avviso  non tanto nostro, ma di eccellenti musicologi che interrogammo) spacciata per “protofemminista” quando in realtà è la storia di una cortigiana la quale, incontrando il vero amore ma squattrinato, si rende conto, laddove deve decidere fra il cuore e i piaceri del denaro e dei divertimenti, che questi ultimi le sono più congeniali  e non esita a mollare il giovinotto, per tornare dall’amante ricco che la mantiene, è quanto di più attuale e degna della storia del mondo, dalle piramidi al terzo millennio, si possa imaginare. E se alcuno ha descritto Puccini come “maschilista”, gli è che il musicista toscano ben conobbe l’animo femminile: nel periodo di composizione della Rondine (1913-16) egli amoreggiava con la sposata baronessa Josephine Von Stengel di Monaco di Baviera. La Rondine doveva essere l’opera che celebrava la triplice alleanza ma, col sopravvenuto mutamento politico e la guerra al secolare nemico austroungarico nel maggio 1915, Puccini (devotissimo a Casa Savoia: grazie ad una borsa di studio della Regina Margherita egli potè andare in Conservatorio a Milano, poiché orfano di padre: si vantava dei titoli sabaudi, essendo Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia) dovette modificare l’impianto primevo, affidando il libretto al commediografo Giuseppe Adami, che tessè una trama convenzionale. Andata in scena nel marzo 1917 al teatro di Montecarlo, diretta da Marinuzzi e con il grande Tito Schipa nella parte di Ruggero, La Rondine fu poi subito rimaneggiata da Puccini: la partitura originale pare sia perduta e l’opera si rappresenta periodicamente, poiché certo non ai livelli di Turandot, Boheme, Tosca, Madama Butterfly, per cui il gran pubblico stravede.

Questa Rondine catanese  ebbe tuttavia una laudevole Magda nel soprano Patrizia Ciofi, voce senza sbavature ed all’altezza del ruolo, anche se a volte sembrò bassa nei toni, considerando la la dimensione dello spartito; il tenore Giuseppe Filianoti, calabrese e gloria del sud nei teatri mondiali, fu un perfetto Ruggero, che alle sapienti tonalità vocali esperite soprattutto nel secondo e nel terzo atto, donò una presenza scenica attoriale di tutto rispetto, che ne confermano le doti di notevolissimo interprete per il suo eclettico repertorio; buone anche le prestazioni vocali del baritono Marco Frusoni(Rambaldo) e del soprano Angela Nisi (Lisette), mentre senza infamia e senza lode fu l’orchestra, che sovente risultò troppo amplificata e ciò era chiarissimo in platea ed in taluni passaggi del terzo atto.   Inutili anche certe sottolineature registiche di carattere erotico alla fine del primo e all’inizio del terzo atto, come se fossero necessarie a precisare una storia che di sensuale ha tutto dall’inizio alla fine, pur senza dirlo: e quando Magda, sin dall’inizio, parla di sentimento, “fanciulla, è sbocciato l’amore, difendi difendi il tuo cuore, dei baci e sorrisi l’incanto, si paga con stille di pianto”, è come un sommario del tragico destino predettole dal poeta Prunier dietro il sipario: “Forse, come la rondine migrerete oltre il mare, verso un chiaro paese di sogno…”, che sarà la scoperta del vero amore con Ruggero. Il quale però ingenuamente crede sia eterno, scrive alla madre, le dice “per sempre” sin da subito: la furba Magda, che rammentava le parole dell’amante che la manteneva a Parigi (ove gran parte della scena si svolge, nei locali peccaminosi della Parigi del secondo Ottocento), all’atto di lasciarlo, “possiate non pentirvene”, ci ripensa poi quando il poeta-ruffiano inviato da Rambaldo nel nido dei due amanti, le ricorda che l’ex è pronto a riprenderla e a coprire la situazione debitoria che ella con Ruggero aveva creato, per una sorta di abbandono estatico ai sentimenti ed ai sensi: insomma, due cuori e una capanna, è una illusione ieri come oggi.
Sembra di sentir dire Magda: “mi porti a vivere nelle macerie?”; indi lascia senza pietà l’infelicissimo Ruggero, che invano la implora: però gli ammanta il gesto con un modo bonario, come se ciò fosse per il suo bene mentre ella, “riprendo il mio volo e la mia pena”, sa di tornare ad una vita dissoluta ma non le rincresce, se non per aver perduto l’unico bene che potevasi avere nella breve umana vita, l’Amore puro.    Come tante, Magda ha indossato la maschera dell’ipocrisia, rifiutando il cuore, per interesse.  Una storia eterna, che però probabilmente l’ultimo Puccini, immerso in problemi che ormai lo sormontavano, non poté definire nei precisi contorni, che comunque conserva immutato fascino,  per uditori finissimi e affermante crude verità: non meravigliano pertanto gli applausi sentiti sì, ma tiepidi alla fine dell’opera che non si prolungarono neppure alla chiusura del sipario.

Nota di colore: molti aspettavano che, quale supremo rappresentante delle istituzioni, il Presidente Mattarella, nelle pause, salisse al foyer (ove la statua del povero Bellini è stata ostruita da osceni cartoni pubblicitari di località siciliane, sempre per motivi di sicurezza ma senza rispettare chi è  “padrone di casa”) per salutare i convenuti. Il Presidente e l’entourage con Musumeci e Bianco, hanno invece scelto di rimanere chiusi nel “cerchio magico” della strabordante sicurezza, senza miscelarsi con la gente, che non era il popolo minuto. Scelte inevitabili? Sarà, ma non si può evitare di pensare che se i massimi rappresentanti di una democrazia parlamentare si chiudono a riccio in momenti in cui portrebbero manifestare la loro socievolezza, specie dopo che tutti i presenti intonammo cum laude l’Inno di Mameli, i tempi sono veramente tristi. Figurarsi le scelte del cuore, come la Rondine pucciniana che volò via verso il proprio destino oscuro.
“Il nostro amore troverà in quell’ombra, la sua luce più pura e più serena”, canta Ruggero a Magda nel terzo atto (con chiaro riferimento latomistico: Puccini, come Mascagni e Toscanini e Alfano e Schipa e tanti altri, era frammassone): quell’amore sperato tramutòssi invece in materia , ove il metallo l’ebbe vinta sul cuore, a dimostrazione che (per certe donne come per certi uomini) l’Ideale è ben lungi dalla realtà spietata e, spesso, ferocemente grigia.  Però senza ideale non esiste senso alla vita, e come nella romanza di Tosti, “torna caro ideal, torna un istante a sorridermi ancora”, l’essere umano magicamente per virtù d’Amore, dalle proprie ceneri rinasce.

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sabato 16 dicembre 2017

Il trofeo di acconciature maschili e femminili Trinacria dell'ANAM a Catania



IL TROFEO DI ACCONCIATURE MASCHILI E FEMMINILI TRINACRIA DELL’ANAM A CATANIA


Si è svolta nei giorni scorsi a cura dell’Accademia Nazionale Acconciatori Misti Centro di Catania, la IX edizione del Trofeo Trinacria, il concorso regionale di acconciatura maschile e femminile.

Si è svolta nei giorni scorsi a cura dell’Accademia Nazionale Acconciatori Misti Centro di Catania, la IX edizione del Trofeo Trinacria, il concorso regionale di acconciatura maschile e femminile. Vi è stata anche la tradizionale presentazione della collezione moda ANAM capelli 2017/18 ad opera dei maestri acconciatori A.N.A.M, in apposito salone  del Catania International Airport Hotel su iniziativa del presidente dell’A.N.A.M Salvo Ruffino. Fra gli ospiti, Floriana Franceschini, presidente provinciale della Confederazione Nazionale dell’Artigianato di Catania e Alberto Montecroci, amministratore delegato di Parruchierando.com. Guest star della manifestazione Daniela Sperotto, campionessa mondiale e trainer del team A.N.A.M Italia. Sul palco anche i noti Violinisti in Jeans, Angelo Di Guardo e Antonio Magrì, hanno condotto la seconda parte della manifestazione le sorelle Vanessa e Manuela Melita. Questi i vincitori: 1° Giovanni Bellavia; 2°Daniele Zummo; 3° Domenico Cirino. Per la prova Urban Style Uomo sette calassificati: 1° Carmelo Grasso; 2° Massimo Crisafulli; 3° Salvatore Genio; 4° Michele Matarazzo; 5° Andrea Ganci, 6° Federico Cirami; 7° Francesco Gagliano. E infine per la provaBrushing Donna: 1° Alessandro Centamore; 2° Serena Calcagno; 3° Lorena Maccarrone.

Se è un dato di fatto incontrovertibile che le acconciature maschili e femminili, sin dai tempi primevi, sono oggetto di attenzione, “culto” in certo senso e bellezza, specie da quando il mondo occidentale si è universalizzato con la cultura ellenica e romana (si pensi alla mitica Cleopatra che doveva avere fior di acconciature, oltre al resto, per avere ai suoi piedi due uomini eccezionali del calibro di Giulio Cesare e Marco Antonio…), oggi tale celebrazione della immagine, si fa sostanza. Per cui, facendo una capatina personale all’evento, abbiamo potuto renderci conto, sbirciando anche nel cosiddetto “backstage”, ben accolti dal Presidente Ruffino e dall’entourage, di quanto sia importante tale settore anche per chi non vi fa caso o lo vive alla lontana, nella società contemporanea, che ha -a differenza dei tempi precristiani e della fine settecento: prima vi fu, si sa, un immenso “corto circuito” per quanto concerne questi temi- la forza propulsiva e impressionante della telecomunicazione di internet e dei telefonini, i quali amplificano massimamente ciò che in epoche diverse era solo tramandato oralmente od al più, dipinto.   Per cui è necessaria la giusta riflessione intorno a  tali eventi, plaudendo alle associazioni, come l’ANAM, che portano avanti positivamente il buon nome della Sicilia e dell’Italia, nel mondo.

lunedì 11 dicembre 2017

La prima di "Vedova Allegra" al Bellini di Catania


INTENSA E PARTECIPATA PRIMA DI “VEDOVA ALLEGRA” CON LA REGIA DI SGARBI AL BELLINI DI CATANIA


Allestimento che rispetta la classicità dell’Ars Decò al cui tempo nacque, pubblico delle grandi occasioni alla première dell’ultima opera della stagione 2017 del teatro Bellini di Catania, sera del 10 dicembre, con “Vedova Allegra” di Franz Lehar, l’operetta più conosciuta e rappresentata del repertorio del compositore austriaco. 


Allestimento che rispetta la classicità dell’Ars Decò al cui tempo nacque, pubblico delle grandi occasioni alla première dell’ultima opera della stagione 2017 del teatro Bellini di Catania, sera del 10 dicembre, con “Vedova Allegra” di Franz Lehar, l’operetta più conosciuta e rappresentata del repertorio del compositore austriaco. A Catania mancava da anni, e questo grande ritorno, per la regìa di Vittorio Sgarbi (presente all’opera nella duplice veste di neo Assessore regionale ai beni Culturali della giunta di Nello Musumeci) si è rivelato all’altezza delle aspettative di un pubblico qualificato il quale, dalla platea al loggione, non ha mancato, in una fredda serata semi invernale, di far sentire il proprio calore agli interpreti attori cantanti e tutta la compagnia, che ha voluto rappresentare la notissima operetta inno all’amore nella sua forma più tradizionale, infarcita da intrecci e giravolte ove si notava non tanto l’esprit dell’epoca (la prima rappresentazione di Vedova è del dicembre 1905, diretta dallo stesso autore), quanto la universalità di certe situazioni, amori e “menàge a trois” che non hanno tempo né barriere sociali.
È chiaro che la storia del Pontevedro fallito che aspetta come una mànna i milioni della ricca vedova Anna Glawari che si dà bel tempo coi molti corteggiatori, anche se ha nel cuore il Conte Danilo, è eco di giorni in cui le Monarchie erano al centro del tessuto sociale europeo con ciò che comporta: Pontevedro per noi italiani vuol dire il piccolo Montenegro da cui provenne la Regina Elena di Savoia, dama della Carità e benefattrice del popolo. Ma anche appare evidente che le potenzialità vocali della soprano splendida Silvia Dalla Benetta, risultarono trasparenti e senza sbavature, sia nelle arie conosciute come la canzone della Vijlna, che in altre parti dell’opera, la quale originariamente in tre atti, qui si è “letta” in due coi suoi tempi e adattandola agli anni post duemila, nel libretto almeno. Il testo tedesco è stato trasposto in italiano (con dei sottotitoli in lingua inglese a nostro parere superflui sopra il palco; scorreva anche il testo italiano non sempre eguale al recitativo degli attori); voce maschile bellissima quella del Conte Danilo, in questo caso interpretato dal grande tenore Fabio Armiliato, qui nelle vesti operettistiche, dopo i suoi innumerevoli successi in tutto il mondo, sia da solista che accompagnato, sino alla immatura dipartita, dalla compagna d’arte e di vita Daniela Dessì, le cui doti umane e sopranistiche non rimpiangeremo mai abbastanza. Armiliato fu un Danilo perfetto, seppure proprio la parte del Conte non consente al massimo l’espressione delle qualità vocali del nostro artista, le quali tuttavia chi conosce, non può che superbamente apprezzare (basti pensare ai suoi ruoli in opere sia belliniane che di Giordano e altri).   Il personaggio di Danilo afferma di “innamorarsi sempre, fidanzarsi raramente, sposarsi… mai!”, ed è filosofia di vita anche se alla fine, sia per motivi strategici che sentimentali, cede all’agognato matrimonio con Anna: metafora dell’Essere ove, ieri come oggi, se alcuni non hanno pazienza di attendere i tempi giusti e immaturamente scappano via prima, tale connubio -che Armiliato tracciò sapientemente- non può che intonare l’imenèo della Vita immortale, nelle armonie dei ritrovati cuori di chi prima si amò, si è ritrovato e non più si lascerà.


La novità in versione sicula, anzi catanese, la diede l’estroso Sgarbi nella figura del servo Njegos, in cui vedemmo un Tuccio Musumeci, attore conosciutissimo dal pubblico locale per i suoi ruoli nel teatro dialettale allo Stabile e in lingua, da oltre sessanta anni (l’ultra ottantenne Tuccio saltò e ballò con grande serenità)  sui palcoscenici, recitare in inserzioni di lingua dialettale che avrebbero fatto rabbrividire il povero Meilhac (e provocato l’irruzione delle SS hitleriane, il Fuhrer amava alla follìa quest’opera), ma in una città che ha bisogno di indugiare a certa “catanesità spicciola”, chiamiamola così, è stata ben accetta, anzi premiata da intensi applausi.
Da registrare l’ottima esibizione canora e recitativa del nostro tenore etneo Riccardo Palazzo nel ruolo del Visconte di Cascada, che fece bellissima impressione di scioltezza vocale ed aglità scenica, perfetto “serafino” della bella Anna, e del mezzosoprano Sabrina Messina, anche lei bella voce siciliana, che fu all’altezza delle aspettative in Praskovia.  Bravo e spigliato Armando Ariostini nel ruolo del Barone Zeta, incisivo Emanuele d’Aguanno in Rossillon, ottima la nostra soprano Manuela Cucuccio nel ruolo di Valencienne, lode al direttore Andrea Sanguineti, attenta la Maestra del Coro Gea Garatti (l’allestimento è della fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, voluto proprio da Sgarbi), cast bene organizzato, finale con lancio di fiori uso nordico, hanno suggellato la chiusura dell’operetta, ove l’aria più applaudita fra Armiliato e Dalla Benetta, “Tace il labbro…”, venne a sigillare il cerchio di quei palpiti dell’anima che se vi si crede mai tramontano; se nella malinconia della sera, “il valzer è un sentimento che si balla”, come recita il testo di Vedova, si augura che qualche sprazzo di umanità sia rimasto nei partecipanti (e in coloro che seguirono in diretta l’opera dal maxischermo allestito in piazza Università per amplificare l’evento), poiché in tempi avari di sentimento e densi di ipocrite maschere, si ha estrema necessità di intonare novellamente inni di purezza, che il messaggio intimo di Vedova Allegra contiene.
    http://www.globusmagazine.it/124027-2/#.Wi6IuUribIU

lunedì 4 dicembre 2017

Concerto organistico di musica sacra, chiesa di San Nicolò l'Arena, Catania 7 dicembre 2017 ore 20,30


Riceviamo e pubblichiamo: