giovedì 18 dicembre 2014

Butera celebra la V edizione del premio letterario dedicato a Fortunato Pasqualino







            Butera celebra la V edizione del premio letterario dedicato a Fortunato Pasqualino

La cittadina di Butera, "rocca di gran momento e di molta fama", come la descrisse il viaggiatore arabo Edrisi nel suo volume di geografia siciliana nel XII secolo, è un ridente paesino che si staglia, sentinella dell'Europa e della civiltà della madre terra sicula, al sud dell'isola: ha ospitato anche quest'anno, per la quinta volta, il premio letterario dedicato a un illustre figlio del seno suo, che prendendo la via dell'esilio giunse alla fama: Fortunato Pasqualino, scrittore, filosofo e poeta, sceneggiatore e riadattatore delle tradizioni popolari dei "pupi". Morto nel 2008 a Roma, mercè la prodiga attenzione dell'associazione catanese Akkuaria, sodalizio noto in tutto il mondo per le molteplici attività letterarie, narrative e artistiche, guidato da una donna di rare virtù e ingegno come Vera Ambra, assoluta interprete dello spirito del tempo che anima i variegati soci e gli aspetti del gruppo, il ricordo di Pasqualino è vivo nell'isola anche perchè la volontà dell'amministrazione comunale, guidata dal Sindaco Luigi Casisi, ha inteso coniugare la valorizzazione del patrimonio culturale buterese col ricordo dello  scrittore e legarlo alla promozione scolastica degli istituti che gravitano sul territorio.
Per queste ragioni, il premio letterario "Pasqualino" non è solamente una 'gara' di racconti o poesie in cui emergono autori nuovi i quali, forti di tale riconoscimento, si cimenteranno in nuove avventure, ma anche e forse soprattutto, un importantissimo stimolo per i piccoli alunni delle elementari e medie del buterese, nonchè per le loro insegnanti che dedicano tante ore alla educazione e formazione, chiamati a partecipare con elaborati di testo e immagini: si premiarono infatti i disegni degli alunni e le loro composizioni in verso, in prosa ed in lingua siciliana.
La serata del 14 dicembre, svoltasi nel teatro Scuvera, è stata allietata dalle opere in presa diretta del maestro pittore Salvo Barbagallo, esponente del movimento artistico verticalista, nonchè dallo show del noto attore catanese Emanuele Puglia, che ha sapientemente intrattenuto l'uditorio con esibizioni poetiche tratte da Buttitta, Martoglio e chiudendo con un brano del cantautore Spampinato. Sempre gradita la presenza, come nelle altre edizioni, della signora Barbara Olson, vedova di Fortunato Pasqualino, testimone del legame della famiglia col premio. Così l' 'incursione' del piccolo Carmelo, bambino diversamente abile che in un assolo di batteria ha fatto sentire la voce di coloro che non hanno voce, nella odierna società.
Vera Ambra ha con fare deciso condotto la serata, ove furono premiati i componenti della giunta di Butera e quanti a vario titolo contribuiscono alla riuscita del premio; tra gli interventi, segnaliamo la lettura di un brano di prosa di Fortunato Pasqualino, fatta dall'assessore alla Cultura di Butera Lorena Bicceri, che ne sottolinea la modernità; e quello dello scrittore e giornalista Francesco Giordano, che si è già occupato della figura letteraria di Pasqualino, il quale ha voluto sottolineare come, essendo lo scrittore in quanto poeta "un irregolare che esiste solo dopo la sua esperienza, un uomo di rischi sentimentali, ha esplicato la sua sicilianità nell'esilio, ovvero in modo da fare emergere quella insicurezza storica della mens siciliana che si estremizza nel credersi perfetti, o nella sofferenza dei lontani, come in Quasimodo, in Ibn Hamdis, o appunto in Fortunato Pasqualino... egli, uomo di fede densamente cristiana, ci suggerisce che mai bisogna perdere l'entusiasmo di sognare, lo stesso dei disegni dei bambini e dei discepoli di Emmaus i quali, smarriti, ritrovarono il Maestro, la sera, dopo la tragedia: questo è il segno della luce".
Il sole che sorge e tramonta sull'orizzonte, dall'alto della romantica bifora della torre arabo-normanna-aragonese di ciò che fu il castello della cittadina, dai ciglioni che costeggiano i contrafforti di Butera, ha accompagnato l'evento, qual muto testimone -ma quanto solenne!- della magìa del solstizio, che è simbolo del perenne amore della Natura verso l'essere umano, e prerogativa singolare della straordinaria terra di Sicilia.
                                                                                                                        F.G.

(Pubblicato anche in: http://www.associazioneakkuaria.it/?p=4143)

Nelle immagini: il gruppo dei premiati della scuola; Francesco Giordano, con Angela Agnello e Vera Ambra

venerdì 12 dicembre 2014

Premio letterario "F.Pasqualino" V edizione, Butera 14 dicembre 2014 ore 18




Domenica 14 Dicembre 2014 alle ore 18.00 presso il Teatro Comunale “Don Giulio Scuvera” di Butera si terrà la cerimonia di Premiazione della V° Edizione 2014 del Concorso Internazionale di Poesia e Narrativa dedicato a Fortunato Pasqualino.
Per il secondo anno il Premio è stato esteso, con una sezione speciale, agli alunni e studenti delle Scuole di Butera. Hanno preso parte all’incirca 150 ragazzi dell’Istituto Comprensivo Gela-Butera, del Plesso Scolastico Santa Caterina, del Plesso Scolastico Don Bosco e della Scuola Media “Mario Gori”.

Porteranno i saluti della città di Butera

Luigi Casisi, Sindaco Comune di Butera
Rocco Buttiglieri, Presidente del Consiglio Comunale di Butera
Lorena Bicceri, Assessore alla Cultura
Angela Adelaide Bonadonna Assessore alla Pubblica Istruzione
Agata Gueli, Dirigente Scolastico
Giuseppina Carnazzo, Dir. Sett. Cultura Comune di Butera

Relatori:

Angela Agnello, Presidente Commissione del Premio
Francesco Giordano, Scrittore-Giornalista
Vera Ambra, Presidente Associazione Akkuaria

Ospite della serata l’attore Emanuele Puglia

giovedì 4 dicembre 2014

Francesco Giordano e Vera Ambra alla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, Catania 25 novembre 2014, il video


Francesco Giordano e Vera Ambra alla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, Catania 25 novembre 2014, il video

Video riguardante la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, 25 novembre 2014, Catania, sala conferenze Ospedale "G.Garibaldi" sede centrale, convegno "Insieme per dire basta": Vera Ambra, fondatrice di Akkuaria, porge i saluti e descrive il senso dell'evento, sul "codice rosa" e la campagna del "fiocco bianco"; Francesco Giordano, scrittore e giornalista, interviene sul tema, col ricordo -non privo di contestazione- di due donne esempio di virtù e vittime di violenza, elevate alla santità dal Cristianesimo: Agata la protomartire e Maria Goretti, concludendo con una frase del primo ministro israeliano Golda Meir.



giovedì 2 ottobre 2014

La Madonna di rue du Bac a Parigi e la "medaglia miracolosa", un pellegrinaggio originale nella "ville lumiéré"






In una delle capitali del mondo fra le più belle nel senso pieno, quella Parigi di cui Emilio Zola scrisse che "fiammeggia sotto la semenza del sole divino", v'ha un sito recondito che non è secondo a nessun altro luogo per afflusso immenso di pellegrini da ogni angolo della terra: e però, a differenza della torre Eiffel così nota e visitata dalle masse, è seminascosto. Perchè mai? Uno dei tanti misteri dell'umano che si confonde col divino.
Recandoci nella capitale della Repubblica Francese, di quella monarchia divina che osò tagliare le teste dei Re -salvo poi pentirsene amaramente e comporre nella cripta di Saint Denis un monumento funebre a Luigi XVI e Maria Antonietta e agli altri sovrani le cui ossa furono disprezzate dai sanculotti nei giorni nefasti del terrore- non possiamo che ammirare la Senna, Notre Dame celeberrima per il romanzo di Hugo, il museo del Louvre, quello d'Orsay di arte moderna; ma immettendoci nel boulevard Saint Germain, zona universitaria, troviamo una via discreta punteggiata da negozi eleganti, di stile, una via senza pretese, sinuosa ma che racchiude un miracolo: è la rue du Bac. Senza fretta si giunge, ed è un percorso da fare a piedi a mo' di purificazione qualunque sia il luogo ove si alloggia -sebbene la metropolitana parigina, efficientissima, abbia la fermata nei pressi- al numero 140, una facciata anonima. La quale nasconde la sede generalizia delle Suore della Carità di San Vincenzo de' Paoli. E che, dirà lo scettico, tanta strada per vedere la casa delle monachelle dal velo bianco? No, perchè lì accade un fenomeno costante per chi crede ed anche per chi dubita. Nel novembre 1830 in quella chiesa interna ad un lungo cortile (ed è una ampia chiesa, che chiamare cappella sembra quasi riduttivo, ha tre navate e una loggia superiore), avvenne una apparizione alla novizia Caternia Labourè: pare che una Signora vestita di bianco le abbia parlato per ore, e fatto vedere una immagine da cui chiese di coniare una medaglia, la quale dipoi venne appellata "miracolosa", perchè durante l'epidemia del colera del 1832 a Parigi (in seguito dilagò in Francia e tutta Europa: in Sicilia giungeva nel 1837 e fu concausa della rivoluzione indipendentista di quell'anno) salvò parecchie persone che la indossavano "con fede", come disse l'apparizione. "O Marie conçue sains peché, priez pour nous qui avons recours à vous", è la scritta che Suor Caterina riferì le dettò la Signora, che lei subito identificava per la Madonna. Non era ancora stato proclamato, per consenso dei fedeli più che per fondamento teologico, il dogma dell'Immacolata Concezione (lo sarà nel 1854:  Gregorio XVI e Pio IX porteranno la medaglia), ma era l'inizio del ritorno al marianesimo, in quel XIX secolo dilaniato da lotte intestine fra laici e clericali, dalla divisione, dall'odio di classe. L'apparizione diffuse armonia.
E' silenzioso il cortile profondo, ma addirittura surreale l'atmosfera nella chiesetta interna, laddove è sempre presente un nucleo di persone che pregano, e vi si trova visibile in una teca il corpo mummificato (pare incorrotto) della Suora veggente, che fu proclamata beata da Pio XI e santa da Pio XII nel 1947, quel grande Pontefice mariano che al più presto dovrebbe meritare gli onori degli altari come i suoi successori.   La "medaglia miracolosa" in quel luogo è un semplice oggetto, un messaggio, un simbolo , un ritorno dell'anima alla concezione matriarcale ed ancestrale della storia, un "rovescio della storia" o meglio ancora, ha scritto sapientemente Jean Guitton, un luogo "che attira soltanto gli sguardi che si chiudono per vedere", al contrario della Parigi che fa spalancare gli occhi per materiali bellezze? Noi non pretendiamo di saperlo. Però possiamo trasmettere e testimoniare che in quel luogo regna ciò che gli antichi egizi, precursori della religione cristica, chiamavano Maat (identificandola con una dea specifica), cioè il concetto di Verità-Giustizia.  E' una percezione indubitabile; se al più, si professa la religione cattolica, non si può che vedere nella "mamma del Cielo" (così le preghierine dei bambini dei tempi passati e presenti, che non si dimenticano, perchè i bambini sono i prediletti della Divinità, specie della mamma...) la solenne, intima, infrangibile protezione che il misero, il potente, il pusillo, l'orgoglioso e anche l'inflessibile ateo, ripongono nel Principio germinale della vita, che se è suffragato dalla scienza odierna e passata, s'arresta dinanzi ai fenomeni che non hanno spiegazione razionale.
La statua della Madonna sull'altare maggiore, a rue du Bac, è quella classica a tutti nota con le mani abbassate e aperte da cui si dipartono i raggi, cioé le grazie che ella spande sugli uomini indistintamente; ma la figurazione che Caterina Labouré volle sulla sua tomba rappresenta un altro aspetto della "Signora", mentre ha lo sguardo in alto e tiene fra le mani un piccolo globo. Nelle testimonianze coeve, l'una immagine non contraddice l'altra, si completano. Anzi la Madonna col globo è quella missionaria -se qualcuno rammenta gli anni di Pio XII e dello zelo missionario mariano del dopoguerra: "o Madonna pellegrina, vieni in questa terra devastata dalla guerra..."- e ancora più incisiva, perchè esso è il cuore di ogni essere che viene accolto fra le mani della Madre. In veloce carrellata pensavamo che tutte le religioni, dai Sumeri fino a noi, hanno serbato intatto il principio materno e anzi che esso, più che la visione patriarcale poi prevalsa, è l'aspetto più autentico, occulto, "isiaco" se si vuole (l'antica Lutezia fu la città di Iside, Par-Isis), ma quanto più reale, della exoterica immagine del maschio dominante, la cui fragilità si appalesa dinanzi alle contingenze del quotidiano nonché ai grandi dolori. Allora non bastano parole, solo la Grande Madre: e si ritorna a rue du Bac, alla medaglia che è non solo un segno distintivo delle monache vincenziane (note in tutto il mondo per la carità verso gli ultimi), ma anche un percorso. Se è vero che la ragazzina di Lourdes, la casta Bernadette, quando fu testimone delle apparizioni mariane 28 anni dopo Caterina, aveva al collo la "medaglia miracolosa", l'oggetto smette di essere un feticcio e riporta al grande mistero: "monstra te esse matrem".
"Parole non ci appulcro", avrebbe detto un altro grande innamorato di Myriam, l'Alighieri che Foscolo definiva "il ghibellin fuggiasco": ma non fuggiasco da se medesimo, se colse nella luce sterminata della Vergine, il compimento sommo del poema. E per chi sorride scetticamente, cosa affatto comprensibile, potremmo citare i simboli ma la disamina sarebbe lunga: bastino le 12 stelle della medaglia, presenti nella bandiera di quella tanto vituperata Unione Europea da taluni tacciata quale causa d'ogni male economico delle Nazioni affiliate: e tuttavia, sembra che nel disegno originario poi approvato dalla laicissima commisione vi fosse proprio l'ispirazione mariana derivata dalla visione di Caterina Labouré: "ti coronano dodici stelle...", recita un canto popolare mariano. Sono anche i 12 segni dello zodiaco di Denderah e della tradizione astrologica delle società iniziatiche? Nulla è in contraddizione, anzi tutto è Uno, per chi crede.
A noi, per concludere, piace pensare che il trentatreenne Vincenzo Bellini, che a Parigi còlse il fulgore del successo e la mestizia della morte negli ultimi due anni della sua vita nella capitale francese (estate 1833-settembre 1835), mentre in sequenza nel delirio di quel tragico 23 settembre a Pouteaux vedeva la mamma, i parenti e Sant'Agata e Catania, solo, nel velo che gli coprì per sempre lo sguardo, lui così religioso (ma fu anche carbonaro e amico di molti esuli patrioti, dal Pepoli autore del libretto dei Puritani, alla principessa Belgioioso), abbia avuto in mano anche la  già diffusissima a Parigi medaglia "miracolosa" e con quella visione mariana, e molto siciliana, si sia involato verso l'Infinita azzurrità, accolto come ognuno se vuole può, da quella Luce che non ha orizzonti, perché soffusa da scintille di assoluto.
                                                                                       Francesco Giordano

(Pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/10/un-siciliano-a-parigi-alla-scoperta-della-madonna-di-rue-du-bac-e-la-medaglia-miracolosa/)

domenica 21 settembre 2014

La Scozia rimane nell'Unione, un monito per la Sicilia e tutte le nazioni aspiranti all'autodeterminazione




    La Scozia rimane nell'Unione, un monito per la Sicilia e tutte le nazioni aspiranti all'autodeterminazione

Avevamo ben pochi dubbi sul risultato del referendum scozzese: e però, le impressioni personali devono tacere sino al riscontro ufficiale, anche perchè le stesse autorevoli fonti sondaggistiche scozzesi che auspicavano la vittoria del "no", cioè il mantenimento del Regno Unito di Gran Bretagna, tendevano a cautissima prudenza. Tuttavia segnali che il "si" all'indipendenza della Scozia non passasse, come è in effetti evvenuto -il 55% per l'Unione contro il 45% per l'indipendenza, e solo circa 3 mila schede nulle, 87% di votanti, dimostrano la grande partecipazione e civiltà del popolo scozzese- erano tanti negli ultimi giorni: dalle scommesse pagate in anticipo dai broker della City londinese ai sostenitori del "no", al parere del Dipartimento di Stato degli USA che si è espresso contro ogni forma di indipendenza scozzese (ricorda qualcosa, per chi conosce la Storia, le medesime opinioni del Dipartimento americano nell'immediato dopoguerra contro ogni forma di indipendenza della Sicilia, in seguito alla riassunzione di poteri da parte dello Stato italiano nel febbraio 1944, mentre nei mesi precedenti le autorità dell'AMGOT non nascondevano i propri "sentimenti" favorevoli al movimento Indipendentista siciliano? Ma lì c'era una guerra mondiale in corso...); fino alla dichiarazione di Sua Maestà la Regina Elisabetta II, la cui popolarità nel Regno Unito e in Scozia è immensa, la quale -pur non uscendo dal consueto ruolo istituzionale- ha invitato informalmente gli elettori a "riflettere bene sul futuro". E' chiaro che la Regina non ha dato il suo parere, ma ha fatto intendere di pensare a ciò che si fa. E la regina, in Italia non si può capire perchè di Monarchia in senso mistico e simbolico non ne abbiamo da quasi settanta anni e le ultime esperienze, mercè la guerra, non furono poi felicissime, è la Regina... Ovvero un "axis mundi" che per autorevolezza, carisma personale e dignità non ha eguali, anche per chi è fieramente di animus repubblicano.  Si immagini che in Francia, la nazione che ha tagliato la testa ai Re e ne ha gettato le spoglie nelle fogne per poi pentirsene amaramente e restaurarne le tombe, l'idea monarchica è talmente radicata che persino un fiero repubblicano come De Gaulle, fu visto come discendente-mandatario  di una linea di sangue reale...      Nessuno, tanto per ribadire, in una ipotetica Scozia indipendente, pensò mai alla repubblica -e il leader Salmond è di estrazione labour, da noi si direbbe genericamente "di sinistra"- ma subito si precisava che Elisabetta II sarebbe rimasta la Sovrana. Mai sia a mettere in dubbio la Corona. Ma la Corona è unita dagli inizi del 1700, e tale rimane. Per motivi più materiali che storici forse, e tuttavia anche altamente simbolici se è vero, come abbiamo visto, che la battaglia pro o contro il referendum, alfine vinto da coloro che han preferito rimanere nello Stato unitario, si è combattuta più coi simboli, quindi parlando al cuore, che con la razionalità del denaro. Certo è che adesso, ossia nei prossimi mesi, si farà quella che viene detta "devolution", la maggiore delega dei poteri per il massimo dell'autonomia, noi preferiamo dire in senso federale, al governo scozzese: e molto probabilmente funzionerà bene, perchè se la metà degli scozzesi pro indipendenza se la sono meritata, la desiderano anche gli unionisti.  Come è nell'auspicio concorde di tutti.
Crediamo altresì che questo risultato, molto atteso nelle nazioni, dalla Catalogna alla Corsica alla Sardegna alla Sicilia (del nord Italia, Veneto in testa, non facciamo cenno perché conosciamo i nostri polli...), debba spingere più per una riforma in senso prettamente federale delle suddette "piccole patrie" nell'ambito dello Stato centrale, il quale non potrà e non dovrà negare il massimo delle strutture, specialmente finanziarie (la discussione scozzese fu sul petrolio del mare del Nord... remember il canale di Sicilia e le trivelle nostrane?) che devono essere economicamente gestite dal governo regionale autonomo, solo in seguito partecipate dallo Stato nazionale. Questa è e deve essere la base del contendere politico. Specie da noi in Sicilia laddove, come è stato da attenti economisti affermato e persino dal Presidente del Parlamento siciliano in carica, lo Stato italico "rastrella" ben più di quanto dovrebbe e ci "restituisce" ciò che vuole, cioè una miseria...
Solo un Governo regionale degno di questo nome (glissòn sull'attuale, non ci si faccia scrivere parole oscene...) può avviare la riforma. Ma tale deve essere sostenuta dai Siciliani i quali, stando ai risultati,  rifiutano di esprimersi in maggioranza, perchè hanno capito l'ìinganno, per la Regione. O, e questo spiacerà agli indipendentisti ma è reale, sono più sicuri sotto l'usbergo dello Stato centrale, quale che sia, che governati dalla Regione Siciliana. Nelle elezioni dell'ottobre 2012 andò a votare solo il 47% degli aventi diritto, mai successo dal 1946: per la prima volta il Parlamento siciliano e il governo da lì scaturito sono delegittimati de facto, se non de jure, perchè espressioni di minoranza.. e il Presidente della Regione peggio, è minoranza di minoranza! Ma alle elezioni nazionali del 2013 ed alle europee del 2014 la maggioranza dei siciliani aventi diritto si è recata alle urne (le nazionali sono più significative per noi), quindi delle due l'una: o non si crede alle "minchiàte" dei politici regionali, o si è più unionisti anche noi che separatisti. Tertium non datur. E' palese che tutti coloro i quali perseguono obiettivi personali dimenticano di citare questi dati ufficiali: ma essi sono istintivamente, se non tecnicamente, noti ai siciliani che "nun si fanu cchiù pigghiari ppì fìssa". Votarono in massa Cuffaro, e si sa come è finita... votarono in massa Lombardo, e si è visto: ora basta!     Registriamo che altri popoli, dalla Scozia che comunque avrà un futuro federale, alla Catalogna (che terrà il suo referendum a novembre seppure non legalizzato, ma è importante perchè anche lì il governo centrale e, crediamo, il nuovo Re Felipe personalmente, non potrà esimersi dal concedere più autonomia: e diciamo concedere come fece Sua Maestà Umberto II di Savoja capo dello Stato italiano, che in seguito alla guerra civile siciliana concesse lo Statuto autonomista siciliano il 15 maggio 1946, la cui applicazione completa è il nodo gordiano di tutte le discussioni locali...), hanno una maggiore coscienza dei propri diritti federalisti e sono psicologicamente "maturi" per chiederli in modo affatto democratico e senza buffonate.
Dubitiamo che in Sicilia vi sia attualmente tale coscienza, e però bisogna "lavorare" con pazienza e tolleranza, senza estremismi, per conseguirla. Parlando al cuore ed al simbolo,  come al portafogli, senza far prevalere l'uno o l'altro. Difficile ma possibile. Se ci sono proposte utili (vedasi la moneta complementare Grano, su cui v'ha ampio dibattito anche se talvolta scaduto in inutili, sterli contrapposizioni personali) si affrontino senza acrimonia e soprattutto senza niuna ombra di interessi personali, perchè è questo il vulnus centrale della psicologia politica siciliana: e se è questo, meglio fu (come i nostri maiores ben sapevano) affidarci al Sovrano di Spagna rappresentato dai Viceré, per secoli; e come in modo silente ma eloquente dice la maggioranza dei non votanti alle ultime regionali, uno Stato nazionale che ci maltratta (ma che comunque ci deve rispetto e risarcimento anche economico, vedi art.38 dello Statuto) va a finire che sia meglio interpretato di un governo e Parlamento regionale di imbelli, o meglio "mangiatàri", come si afferma nella nostra lingua millenaria.  Codesta visione non ebbe pure il Principe di Salina e il nipote Tancredi, quando scelsero il tricolore d'Italia invece che la corrotta 'governance' di Franceschiello? Eh, sì...
                                                                       Francesco Giordano

(Pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/09/la-scozia-rimane-nellunione-un-monito-per-la-sicilia-e-tutte-le-nazioni-aspiranti-allautodeterminazione/)

domenica 24 agosto 2014

Catania, in biblioteca internet si paga: si esentino almeno i disoccupati


Catania, in biblioteca internet si paga: si esentino almeno i disoccupati


 22 ago 2014   Scritto da Francesco Giordano 


Le grandi città d’Italia hanno internet gratis in biblioteca, a Catania, dal 2012, è a pagamento: perchè? Si esentino i poveri e disoccupati
Allorquando un servizio di pubblica utilità nasce con intenti positivi ed allargati indistintamente a tutti i cittadini, non si può che gioirne: così è nata la comune concezione, seppur distorta e mònca, della democrazia (che è, diceva il buon Churchill, “il meno peggio dei modi di governo”). Però accade che certi servizi degenerano o vengano limitati, ed è il caso di protestare come cittadini in quanto tali: se si è poi operatori dell’informazione (liberi, senza “u principali”), si ha l’obbligo deontologico di denunziare il grave vulnus.
Ciò accade nel comune di Catania, città quasi trimillenaria, fondata prima di Roma, e governata -dopo lunghi anni di centrodestra- nuovamente da colui che fu il “Sindaco della primavera”, oggi essenzialmente appannata, ovvero Enzo Bianco. Il caso riguarda il servizio internet della gloriosa Biblioteca comunale pubblica intitolata al Cigno etneo, e mondiale, Vincenzo Bellini (la cui sede centrale è all’inizio della cosiddetta “salita” di Sangiuliano, in pieno centro storico).
La precedente amministrazione comunale di Raffaele Stancanelli (che altro non fu che il gestore ‘commissariale’ degli anni di “visionarietà”, per usare un termine elegante, del fu Umberto Scapagnini -Sant’Agata sa perchè egli non è più in vita, e lo sanno anche molti catanesi, ma transeat-), ebbe la positiva idea, circa cinque anni fa, di inaugurare in biblioteca un servizio multimediale di postazioni internet, aperto a tutti e gratuito. Così allineandosi alle grandi città italiane che già nelle biblioteche comunali e statali lo possedevano (nei primi anni novanta, era anche allora Bianco Sindaco ma da noi ciò si immaginava, rammentiamo il collegamento internet alla Nazionale Centrale di Firenze, pubblico e gratis: quasi fantascienza, tra il 1993 e 1994…).internet bis
Da ultra trentennali frequentatori di quel tempio laico che è ogni biblioteca, quindi anche la “Bellini” di Catania (nata biblioteca popolare, già durante il fascismo: nel dopoguerra ebbe anche sede nel distrutto da un incendio -doloso?- chiosco cinese della Villa comunale, fondi stanziati e mai più riocostruito…nella nostra storia giornalistica innumerevoli sono gli articoli dedicati a quella istituzione), apprezzammo l’iniziativa e ci tesserammo pure: un’ora al giorno e gratis, era qualcosa, nel 2010. Appena si sparse la voce, si formava la fila degli utenti per consultare la rete, considerando che tutti i punti internet privati di accesso erano, e sono, a pagamento. Non aveva ancora avuto larghissima diffusione lo smarthpone…
Mancando da oltre un anno dalla “Bellini”, apprendiamo recentemente da persona cara una notizia inquietante: “sai, il servizio internet ora si paga, in biblioteca…” “Si paga? Ma non era gratis? “Sì, costa un euro l’ora…”. Ci ripromettiamo di indagare, ed è presto fatto. Si da per scontato, ma qui necesse est, ribadire -come si potrà notare da una semplice verifica in rete- che tutte le grandi città italiane, nelle loro biblioteche pubbliche -qui citiamo Milano, Firenze, Roma per dare l’idea- forniscono attualmente l’uso gratuito del servizio internet, attraverso varie postazioni, ai cittadini residenti.
A Catania no, si è regrediti. Mercè la cortesia dell’impiegato responsabile (la buona creanza è sempre stata appannaggio del personale della biblioteca comunale Bellini, lo possiamo testimoniare sin da quando iniziammo a frequentarla, studenti delle medie: erano i tempi del dott.Nicolosi direttore e del signor Sapuppo bibliotecario e di Benito Fangani, barone e presidente dell’Accademia della Rosa Azzurra, che tutto sapevano dei libri, e pure dei temi di essi… anni eroici), constatiamo che l’ex Sindaco Stancanelli ha applicato il verso evangelico: “il Signore ha dato, il Signore ha tolto, benedetto il nome del Signore” (che Dio ci perdoni…). Ovvero, dalla Carta dei Servizi della Biblioteca e decentrate, “allegata alla delibera n.471 del 5.10.2012″ si apprende che è istituita da quella data la tessera Mediacard, con cadenza annuale ed al seguente costo: euro 18 ordinaria, euro 12 studenti, euro 5 over 65, per l’utilizzo dei servizi internet.
Non solo, si è voluto persino lucrare sulle addenda: chi volesse effettuare masterizzazione dati sui pc della biblioteca o usare la propria pendrive, deve pagare da 1 euro a 50 centesimi. Va da se che la consultazione per un’ora, è al costo di un euro. Rimaniamo basiti ma, per farla tutta, paghiamo l’euro (pensando che con quella monetina, un tempo non lontano quasi duemila lire, potevamo la stessa mattina comperare “a fera o luni” un chilo di banane o mezzo chilo di cozze nere “di Missìna”… ma pazienza) e ci mettiamo a navigare dal pc comunale, non prima di aver accusato tanto di ricevuta, firmata dal solerte impiegato (ci informa costui che tali fondi sono destinati alla manutenzione delle apparecchiature della biblioteca).
Rispetto a qualche anno fa i pc sono rinnovati, e pure il collegamento è più efficiente, questo è palese. Ma continuiamo a rimarcare l’incongruenza: passim per il servizio a pagamento, mentre nelle suddette citta d’Italia non esiste ed è gratis, ma in quale categoria inserire i disoccupati, gli inoccupati con meno di 65 anni e coloro che hanno reddito ISEE meno di 5 mila euro, i poveri insomma, i quali più dei salariati hanno diritto alla libera informazione?
Da qui l’invito all’attento e conscio delle sue responsabilità Enzo Bianco, affinchè voglia sanare la grave ingiustizia sociale ereditata dalla passata amministrazione: si crei ad hoc una tessera gratuita per i disoccupati e coloro che hanno reddito ISEE inferiore a 5 mila euro (ciò deve essere naturalmente documentato con autocertificazione posta al vaglio delle autorità), perchè nè costoro possono rientrare nella categoria ordinaria, ne in quella studentesca. Infatti in tempi di crisi terrifica, nessun padre di famiglia può spendere pure 18 euro l’anno per un’ora al giorno di connessione internet, che nacque gratuita e deve rimanerlo, se non per tutti, per quelle categorie che non hanno i mezzi economici per poter affrontare tale spesa, di cui il Comune deve farsi carico.biblioteca bellini ct esterno
Già accade che la Regione, attraverso le ASL, certifica l’esenzione totale per quasi tutti i medicinali, a coloro che risultano disoccupati: perchè non adeguarsi e esentare questa categoria dalla consultazione a pagamento di internet, a parte il fatto che ciò potrebbe servire per eventuali possibilità lavorative? E si aggiunga che le esenzioni per i disoccupati del comune di Catania, a nostro avviso, sempre documentabili, dovevano essere estese a tutti gli spettacoli della cosiddetta “estate catanese” (molti sono a pagamento) come l’ingresso ai monumenti e musei di pertinenza comunale.
E meno male che l’assessore “ai Saperi e Bellezza” è un noto esponente di un partito di estrema sinistra, ormai fuori dal Parlamento…bella solidarietà con gli ultimi.
“Fin quando avremo un panettello, lo divideremo col povero, e non bastandoci denaro, una buona parola da noi verrà sempre”, fu la divisa della vita terrena (incisa sulla pietra del monumento che lo rappresenta nella piazza San Francesco, davanti la chiesa dell’Immacolata) del Beato Cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, panormita, benedettino, arcivescovo di Catania in sul finire del XIX secolo: rimpiangiamo una tempra siffatta, e lo invochiamo (la sua salma ornata de’ paramenti è esposta in Duomo, vicino Sant’Agata e Bellini) perchè illumini le menti di coloro che la sorte ha indicato reggano i pubblici uffici. Voglia quel sant’uomo che (con l’altro “santo” laico, Mario Rapisardi, pure chiamato benefattore degli ultimi) la città e l’isola di Sicilia rivedano la Luce del nuovo mattino, e non permangano nelle insidie di Mammòna. Anche una rettifica in senso sociale (socialista? “lo sono sempre stato”, rispondeva Dorelli-maestro Perboni, nella versione televisiva di Cuore…) come quella da noi invocata, può essere un segno. Poiché niun giorno, secondo i Romani antichi, era “sine linea”.
Francesco Giordano

(Pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/08/catania-in-biblioteca-internet-si-paga-si-esentino-almeno-i-disoccupati/)

sabato 9 agosto 2014

Popolo e autonomia in Sicilia, ieri e oggi: e una lezione storica da Israele...









            Popolo e autonomia in Sicilia, ieri e oggi: e una lezione storica da Israele...

Un articolo uscito pochi giorni fa sul quotidiano online LinkSicilia, a firma Riccardo Gueci (http://www.linksicilia.it/2014/07/in-tanti-paesi-del-mondo-si-lotta-per-lautonomia-tranne-che-in-sicilia/) mi spinge a dare quel piccolo contributo personale, in quanto studioso di Storia siciliana con all'attivo alcune pubblicazioni (l'appellativo di "storico" lasciamolo ai grandi, da Giuseppe Giarrizzo al fu Santi Correnti, nella linea di March Bloch: anche perchè "storici" si diventa almeno dopo la sessantina, e per noi c'è ancora qualche tempo...) che ritengo necessario sul presunto ruolo del popolo nell'Autonomia siciliana, ieri e oggi.
Una nota di commento dell'economista palermitano Massimo Costa riassume ciò che ogni persona mediamente colta in Sicilia sa: cioè che le cosiddette classi dominanti, che per secoli furono la nobiltà, il clero e le corporazioni cittadine, mercantili in primis (il concetto di borghesia ebbe concretezza in Sicilia nella rivoluzione del 1848-49: ancora a' tempi della Costituzione 'inglese' del 1812, un sincero democratico come Domenico Tempio poteva sbeffeggiare i novelli "putiàri spillacchiùni" assisi "sulli pisòla" nella Catania del Bentinck: e nessuno poteva accusare Tempio di essere antipopolare, anzi...), allorchè si videro costrette a scegliere fra un Sovrano straniero e uno locale, scelsero sempre quello straniero, perchè il fatto di essere distante dalla madrepatria, ne garantiva i privilegi e le tutele personali molto di più che uno autoctono o residente nell'Isola. Giustamente ci gloriamo del Vespro, che se fu mòto di popolo, venne anche perfettamente organizzato come una congiura strategica da uomini determinati (ci ha insegnato il Runciman nella sua opera fondamentale): non volevamo più l'esoso fiscalismo di Carlo d'Angiò, ma neppure l'approfittarsi di Giacomo d'Aragona delle libertà che i Re normanni avevano concesso ai siciliani: ed elegemmo sia a Palermo che a Catania un Re "nostro", Federico III, nel 1296.  Egli fu davvero il simbolo, ben più degli avi, della indipendenza siciliana: tanto più che concesse al baronaggio ed alle città amplissimi poteri, come fecero i suoi successori. Ma quando nella seconda metà del XIV secolo la Sicilia, dilaniata dalle faide dei quattro Giustizieri, vide la rinnovata occupazione spagnola-catalana di Martino il giovane (1392), nonchè pochi anni dopo, nel congresso di Caspe, l'assegnazione della corona siciliana alla transeunte dinastia dei Trastamàra, "il paese era troppo esaurito per reagire, ovvero la dominazione straniera era positivamente desiderata come una liberazione dal caos" (D.Mack Smith, Storia della Sicilia medievale e moderna, ed.1971, pag.118).
Non solo: si rimase felicissimi, nei secoli successivi, di essere governati dai Vicerè: occasionalmente il popolo si ribellava ma quando erano intaccati gli interessi di una fazione, di una casta, non già per puro sentimento nazionalista o indipendentista. Era molto meglio, per il siciliano medio, essere governati da un funzionario inviato da Madrid (che all'occorrenza, come accadde, si poteva benissimo fare sloggiare appellandosi al Re in persona), che essere legati a Napoli.  A Messina si batteva moneta, e nei minuscoli "pìccioli" erano presenti nel XVII secolo le iniziali degli zecchieri: privilegio che poteva avere una moneta sovrana, con l'aquila siciliana, ma emessa a nome di Sua Maestà il Re di Spagna, che era anche Sovrano in Sicilia. E nella moneta Grano dei Vicerè, in rame purissimo come i pìccioli, era scritto "ut commodius", come a dire: fate ciò che volete, il governo c'è, ma è abbastanza lontano perchè i siciliani siano liberi.   "Per i siciliani, i Vespri e la chiamata degli spagnoli nel 1282 divennero il simbolo stesso delle libertà locali contro il desiderio di Napoli di dominare e sfruttare. In Sicilia c'era la tendenza a detestare e criticare qualsiasi governo, ma l'animosità era diretta molto meno contro la Spagna che contro Napoli" (Mack Smith, op.cit., pag. 152).  Da ciò si può arguire perchè in Sicilia nel XIX secolo vi furono diverse rivolte "borghesi" e popolari contro i Borbone di Napoli: Ferdinando III di Sicilia e IV di Napoli, nel 1816 Ferdinando I delle Due Sicilie, aveva più volte tradito il giuramento e soppresso dopo secoli il Parlamento Siciliano, accorpando l'isola ai domìni di là del faro. Per le medesime ragioni le elìtes siciliane (Tomasi di Lampedusa e Pirandello, ne I vecchi e i giovani, ben lo scrissero), preferirono un Re "straniero" e lontano come Vittorio Emanuele II, che un sovrano oppressivo e ottuso come Ferdinando II, che per giunta non s'era fatto scrupolo di bombardare le città costiere siciliane nel 1849, Palermo e Catania in primis, mandando poi a sterminare la gente gli svizzeri del famigerato reggimento Riedmatten.  Doveva cambiare tutto e nulla, con la sostituzione dello "stellone" monarchico, e pure frammassonico, italiano (qualcuno sa che il cosiddetto "palancòne", la moneta da 10 centesimi di Vittorio Emanuele II, fu coniata, oltrechè a Parigi e Brussèlle, anche a Birmingham? Eppure è così), alla bandiera gigliata. Sbagliò il governo nazionale nella soppressione degli enti ecclesiastici, "derubando" i beni della Chiesa, e mal gliene incolse: lì il popolo si ribellava, ma perchè non aveva più la garanzia del "pane" che le infinite rendite della Chiesa gestivano... non certo per indipendentismo allo stato puro, tranne alcuni intellettuali. Così il regio decreto 28 luglio 1861, che istituiva in tutto il novello Regno d'Italia il sistema metrico decimale, abolendo -dopo un periodo di transizione di due anni- in Sicilia e nel Napoletano le vecchie misure di peso lunghezza e capacità, creò non poco disappunto nei commercianti abituati a frodare e farla sempre franca, dònde le sommosse, per interessi particolari.  Quindi il popolo in tutti questi contesti, non si è mai distinto dalle classi dominanti.
E' una fiaba bella e buona, artatamente letta con le lenti deformanti del veteromarxismo otto e novecentesco, che "il popolo" in Sicilia abbia o possa avere un significativo riscontro, ieri come oggi.  Avvicinandoci adunque a tempi recenti, se è vero che nel 1944 il Movimento Indipendentista di Andrea Finocchiaro Aprile (e dei nobili Tasca e Carcaci, nonché dei "sostenitori occulti", fra i quali il noto Calogero Vizzini da Villalba, già Sindaco del suo paese nominato dall'AMGOT, avente vastissimo seguito: alcuni lo dissero "capo" di organizzazioni criminose, così lo definì il brillante giornalista e politico Michele Pantaleone, che noi conoscemmo: però il Vizzini, che è morto libero nel suo letto, ebbe fratelli sacerdoti e fu perseguitato dalla dittatura fascista...) ebbe migliaja di iscritti in tutti gli strati popolari e quindi un consenso grandissimo da più della metà dei siciliani che desideravano autogovernarsi in un momento di crisi terribile e non più essere vessati dopo tre anni di mefitici bombardamenti sui civili (rammentatelo sempre: questa fu la cagione della rabbia siciliana... noi ora tendiamo a dimenticare, ma i nostri genitori erano sotto le bombe per tre anni, come adesso i nostri coevi ebrei in Israele sono sotto i missili del terrorismo palestinese...), è anche altrettanto vero che il lucidissimo leader di Lercara Friddi scrisse molto chiaramente che, nel futuro assetto del mondo, la Sicilia doveva essere sì indipendente, ma legata a doppio filo ai governanti vincitori. Cioè gli USA e la Gran Bretagna. Pare che (casualmente?) sia successo proprio questo: un federalismo "concesso" dalla Monarchia il 15 maggio 1946, e l'Isola nell'orbita dell'Alleanza Atlantica. Dispiace che molti indipendentisti vecchi e nuovi lo vogliano rimuovere, ma la frase che Finocchiaro Aprile scriveva ad Eleanor Roosevelt il 15 febbario 1945 non si presta ad equivoci, ed è bene riportarla ancora: "E' nostro proposito di prendere a modello per la Sicilia l'ordinamento costituzionale degli Stati Uniti, e d'intrattenere con essi i migliori e più intimi rapporti politici ed economici. Saremmo lieti ed orgogliosi se la Sicilia potesse essere la longa manus degli Stati Uniti in Europa".  E chi vuole capire, capisca...
Ultima e non meno importante precisazione:  il Gueci cita "il popolo palestinese, che lotta per la sua indipendenza, con enormi sacrifici umani, contro il dominio israeliano". Purtroppo egli dimentica di rammentare -ma sta succedendo troppo spesso ultimamente, e invero ne siamo stufi- le immense e ben più gravi sofferenze che la popolazione di Israele subisce a cagione dei razzi dei terroristi di Hamas. E che sin dalla nascita nel 1948, Israele è stato attaccato e combattuto dagli arabi ed ha sempre vinto tutte le guerre per la sopravvivenza, poichè non si era mai vista la rinascita di una stirpe schiacciata per diciotto secoli, che decide finalmente di risorgere dal lungo sonno e tornare a casa, in quella Terra (Eretz Israel) che il Padre assegnò per divino diritto. La storia della nascita del moderno stato di Israele, sia contro la potenza mandataria britannica che contro gli arabi, per la sacra Libertà (Herut!, è il grido che prorompe da ogni cuore...), è un insegnamento e una lezione storica per qualunque popolo, i sicilianisti ne tengano conto.  Agli scettici consigliamo, e soprattutto agli indipendentisti siciliani, la lettura delle memorie di Menachem Begin (pubblicate in Italia nel 1981 da Ciarrapico), artefice degli accordi di Camp David e Premio Nobel per la Pace nel 1978: ma anche "comandante" dell'Irgun, la formazione paramilitare che lottò aspramente per la fondazione dello Stato sionista: "Soltanto così", fu il motto dell'Irgun, una mano che regge un fucile. "Che ogni uomo giusto sondi la sua anima e risponda con giustizia, perchè in ultima istanza la speranza di ogni popolo risiede nella disponibilità dei suoi figli a mettere in gioco la propria vita "per la madre", per la Libertà che l'uomo ama, contro l'asservimento che l'uomo odia e deve odiare in nome dell'amore": così Begin scriveva nell'introduzione al libro. Non ci pare che tutto ciò si attagli al popolo, in Sicilia. Ma, come gli ebrei d'Israele che combattono per la Libertà,  siamo lo stesso orgogliosi di essere nativi della Nazione tricuspide, perchè -canta semplicemente Lucio Dalla, che amava l'isola- "tra un greco, un normanno e un bizantino, io son rimasto comunque siciliano".
                                                           Francesco Giordano

(Articolo ripreso e pubblicato sul giornale online Kolot News: http://www.kolotnews.it/index.php?option=com_content&view=article&id=106:popolo-e-autonomia-in-sicilia-ieri-e-oggi-e-una-lezione-storica-da-israele&catid=36&Itemid=242)

venerdì 18 luglio 2014

Zichichi: "L'ideale sarebbe una dittatura illuminata che risolva i problemi della gente", e sul MUOS: "le carezze non fanno male"



Zichichi: "L'ideale sarebbe una dittatura illuminata che risolva i problemi della gente", e sul MUOS: "le carezze non fanno male"

Il trapanese Antonino Zichichi è un fisico e scienziato arcinoto a livello mondiale, vanto della Sicilia e dell'Italia nelle nazioni, sia per le sue scoperte scientifiche, che per le doti di organizzatore e di uomo di pace. Oggi quasi ottantacinquenne, fu protagonista nel periodo d'oro del Centro Ettore Maiorana di Erice, di una convergenza eccezionale dei massimi leaders mondiali, negli anni Ottanta, vòlta a ridurre le potenzialità degli arsenali nucleari ed a limitare l'attività dei laboratori segreti, che ancora funzionano: per queste ragioni si fece mediatore fra Reagan, Gorbaciov e Deng Tsiaoping,  i leaders delle tre superpotenze.
A volte controverso poichè, da divulgatore, tiene a precisare di coniugare bene la sua fede nel Cristianesimo cattolico con la Scienza e la ricerca,ha rilasciato una intervista il 6 luglio u.s. al quotidiano online LiveSicilia, raccolta dal collega Daniele Valenti.
Tale dichiarazione di Zichichi è stata a parere nostro trascurata, tranne per la parte in cui, giustamente, egli disgustato dal comportamento del Presidente della Regione Siciliana Crocetta, sconsiglia di averci più a che fare; ma contiene affermazioni molto importanti, specie di fronte alla caotica e informe società in cui viviamo. Rileggiamole, e chi ha voglia ascolti l'audio con la voce del fisico, in questo link: http://livesicilia.it/2014/07/06/lavorare-con-crocetta-non-lo-suggerirei-a-nessuno_512701/

"L'ideale di governo sarebbe quello di una dittatura illuminata che venisse incontro ai problemi della gente, risolvendoli"
"La democrazia ha i suoi difetti e, come disse Churchill, è la meno peggio fra le forme di governo che noi possiamo immaginare"
"Realizzare il nucleare in Sicilia mettendo questo in mano alla grande scienza, sarebbe stata la fortuna della Sicilia..."
"Il MUOS: le risulta che le carezze fanno male? Noi viviamo in un mondo pieno di elettromagnetismo, di onde elettromagnetiche. Per il MUOS, sono potenti sistemi di emissione di onde elettromagnetiche e, se queste cose vengono fatte correttamente, non hanno nessun pericolo. Se si vuole combattere il MUOS, lo si combatte in maniera politica"
"Da Crocetta consiglierei di non accettare nulla!"
"Veniamo da uno spazio a 43 dimensioni, il supermondo, ma affichè questo sia dimostrabile, bisogna scoprire la prima particella, ciò su cui siamo fortemente impegnati"

Capito? Se qualunque politico avesse detto oggi di volere una dittatura illuminata che risolve i problemi, qui e nel mondo, sarebbe stato additato come un mostro, un novello Attila! Ma cosa è importante per la gente, che i problemi si risolvano o che si sguazzi nella melma della mediocrità?
E anche sul MUOS, delle parole chiare: è un affare di scontro politico e, come chiarisce la scienza, non ci sono pericoli per la popolazione. Un semplice telefonino è magari molto più pericoloso, perchè la maggior parte della gente lo tiene appiccicato all'orecchio (quando i manualetti suggeriscono che la distanza minima è di almeno 2,5 cm, e di usare le cuffie, che pochi adoperano): ma risulta facile abboccare alle sirene delle  ideologie.
Per quanto riguarda Crocetta, stendiamo un velo pietoso. E sul nucleare in Sicilia, sarebbe un affare, se avessimo dei veri amministratori politici, e non la gente che conosciamo (si è compreso, difatti nel 2012, alle ultime regionali, la maggioranza dei siciliani, caso mai accaduto, non si è recata alle urne: per cui l'attuale compagine all'ARS e il Presidente, sono de facto espressioni di una minoranza di minoranza).
Infine, anche noi siamo come l'illustre scienziato, convinti che esistano molte più dimensioni di quelle che percepiamo. Il Supermondo è da sempre una realtà. Attendiamo le dimostrazioni di ciò che è nei fatti, alla Luce del Sapere.
Ad maiora, professor Zichichi, ce ne fossero di persone che parlano oggi così schiettamente!

                                                                                                                                       F.Gio

lunedì 23 giugno 2014

Con Felipe VI per la Catalogna il federalismo economico. Sulla scia dello Statuto siciliano


Con Felipe VI per la Catalogna il federalismo economico. Sulla scia dello Statuto siciliano


 22 giu 2014   Scritto da Francesco Giordano 


Come affronterà la spinta separatista catalana il nuovo re di Spagna? Secondo alcuni, proprio sulla spina nel fianco della politica spagnola, Felipe VI  dimostrerà di essere un monarca  più ‘moderno’ nel suo approccio con il diritto di autodeterminazione dei popoli.
E nel suo primo discorso ufficiale, in effetti, non mancano tracce di novità. Non abbastanza per  molti indipendentisti catalani, che hanno maldigerito i riferimenti all’Unità della Nazione. E che comunque sono anche repubblicani.  Esquerra Repubblicana, ad esempio, contattata da Linksicilia, non ha esitato a bocciare in toto il nuovo re, come vi abbiamo detto qui.
Eppure, le novità  portate da Filippo VI  potrebbero parlare di federalismo economico.   Certo non sarebbe l’indipendenza, ma, in fondo, stringendo, ciò che interessa ai catalani è di potere gestire direttamente le proprie risorse, senza l’intermediazione vampira di Madrid. 
Un modello di federalismo fiscale già disegnato per la Sicilia con lo Statuto speciale. E mai applicato veramente.
di Francesco Giordano

Il federalismo economico, più che il separatismo, all’orizzonte della Catalogna, si evince dal discorso della Corona del nuovo Re di Spagna Felipe VI “Una Monarquìa renovada para un tiempo nuevo”: questa la linea tracciata dal nuovo Re di Spagna, Don Felipe VI, nel discorso di insediamento della Corona, pronunziato il giorno 19 giugno innanzi alle Còrtes, il Parlamento iberico riunito solennemente per l’occasione.
E’ stato quello che si dice un momento storico per la grande ed importante Nazione d’Europa, rinnovare l’istituzione monarchica nel momento in cui, per le problematiche interne, nella persona del Re Juan Carlos ­che ha regnato per 39 anni­ essa era appannata e scalfita da macchie gravissime per l’etica pubblica della popolazione. Scegliendo di abdicare al momento giusto e lasciando il trono, e la scena al quarantaseienne Felipe, accompagnato dalla ex giornalista Letizia Ortiz, nuova Regina, e dalle belle bimbe Leonor e Sofia, le più giovani eredi al trono di tutte le case regnanti in Europa, Juan Carlos ha in ogni caso reso l’ultimo servigio notevolissimo alla sua Patria e all’idea della Monarchia in senso lato: non che, a parer nostro, sia stata una scelta assoluta (per gli scandali cui si accennava), però considerata la situazione, fu la migliore.

Emozionato, come si conviene a chi ascende al trono anche se da sempre è preparato
a quello che gli scrittori di un tempo definivano “il mestiere di Re”, Felipe lo è e lo fu particolarmente, mentre il bacio finale di Letizia nuova Regina di ceppo borghese, lo sciolse dall’evidente imbarazzo: come la nivea bellezza delle bambine di otto e sette anni, che accompagnarono i genitori, scaturiva mòti di simpatia e sorrisi da parte di tutta la popolazione, che in Spagna e nel mondo ha seguito la diretta tv ed in streaming su internet, del giuramento alla Costituzione e dell’insediamento.
Proprio la “monarchia rinnovata” è stato il segno che il nuovo Re ha voluto dare come inizio del suo mandato da “Rey consitucional”. Ha tenuto a sottolineare la funzione di arbitro essenziale dei poteri dello Stato il nuovo Sovrano, in continuità con il ruolo del padre, che fu equilibrio importantissimo dopo la fine della dittatura del Generalissimo Francisco Franco (egli è morto nel 1975, quarant’anni non sono ancora trascorsi: crediamo che l’ombra lunga e non del tutto fuggevole del franchismo, non sia svanita dalla psicologia collettiva degli spagnoli), specie in momenti essenziali. Felipe è della nuova generazione cresciuta nella democrazia e nel pluralismo: per cui intende rinnovare il modo di interpretare il Regno.felipe
A questo riguardo, per noi fautori del federalismo a cui sono care tutte le cause dell’autodeterminazione dei popoli, come già leggevamo in un precedente intervento, la questione catalana è ad un bivio cruciale. Se Felipe ha precisato che “quiero reafirmar, como Rey, mi fe en la unidad de España, de la que la Corona es símbolo. Unidad que no es uniformidad, Señorías, desde que en 1978 la Constitución reconoció nuestra diversidad como una característica que define nuestra propia identidad, al proclamar su voluntad de proteger a todos los pueblos de España, sus culturas y tradiciones, lenguas e instituciones”,
il passaggio successivo è altamente chiarificatore, a nostro avviso, di quelli che saranno gli sviluppi della Catalogna in senso federale: “Una diversidad que nace de nuestra historia, nos engrandece y nos debe fortalecer. En España han convivido históricamente tradiciones y culturas diversas con las que de continuo se han enriquecido todos sus pueblos. Y esa suma, esa interrelación entre culturas y tradiciones tiene su mejor expresión en el concierto de las lenguas.Junto al castellano, lengua oficial del Estado, las otras lenguas de España forman un patrimonio común que, tal y como establece la Constitución, debe ser objeto de especial respeto y protección; pues las lenguas constituyen las vías naturales de acceso al conocimiento de los pueblos y son a la vez los puentes para el diálogo de todos los españoles. Así lo han considerado y reclamado escritores tan señeros como Antonio Machado, Espriu, Aresti o Castelao”.
In altre parole e leggendo fra le righe, come deve farsi perchè proprio per l’alta sua funzione un Re non può esprimersi direttamente nelle questioni politiche nazionalistiche delle varie parti dello Stato, si nota bene l’intenzione che, conoscendo la personalità di Felipe e sapendolo slegato da visioni passatistiche, potrà attuare, in tempi brevi: concedere, d’autorità da parte della Corona, un nuovo Statuto alla Catalogna, che inglobi la parte che ora è assente nella loro carta autonomista, approvata nel 2006: l’autogestione delle risorse finanziarie locali, poichè essendo la Catalogna la prima delle regioni spagnole a contribuire al bilancio nazionale in termini di PIL, è chiaro che attualmente i tre quarti di esso vengono drenati verso Madrid, mentre solo infimo è il ritorno in beni e servizi, alla comunità catalana.
Ciò, al netto delle (legittime) rivendicazioni nazionaliste ed anche separatiste, è quello che chiede la maggioranza dei catalani, la gestione in casa delle risorse locali. Che, in altri termini, si appella federalismo, in senso onnicomprensivo. La Spagna con Felipe VI diventerà uno Stato moderno quindi federale, unito tuttavia nella figura sovrana? Crediamo che andrà a finire così, anche perchè, data l’autogestione economica alla Catalogna, anche i paesi Baschi la chiederanno ­e l’otterranno­, come la Galizia e le minori comunità autonome montane.referendum catalogna
Da non dimenticare che in Spagna tutti i partiti, dal centrista al socialista (se si escludono gli estremisti di sinistra), sono convintamente monarchici: specie, ed è significativo, i socialisti… (situazione che avremmo potuto avere in Italia: si rivedano, per chi intende approfondire, i libri “La Monarchia socialista” del grande giornalista Mario Missiroli, che è del 1913, e ­dato che da noi c’è sempre stata la presenza della Chiesa­ il volume dottissimo “Il papato socialista”, di quel fine intellettuale seppure repubblicano, che fu Giovanni Spadolini, testo del 1950, riedito nel 1969).
In Sicilia conosciamo bene questo percorso poichè, dal 1943 al 1946, ne fùmmo antesignani. Solo dopo la guerra civile tra la maggioranza dei siciliani infatti e i governi nazionali dell’epoca (da Badoglio a Parri a Bonomi a De Gasperi: e citiamo politici comunque di altissima levatura… lasciamo perdere l’oggi!), il movimento indipendentista isolano, guidato da Andrea Finocchiaro Aprile e dagli agrari e nobili (monarchici) Lucio Tasca e Franz e Guglielmo di Carcaci, sebbene avesse una minoritaria componente estremista anarchica facente capo ad Antonio Canepa (non a caso perito in un agguato, che giustamente molti ritengono oscuro, il 17 giugno del 1945, in quel di Randazzo), ottenne dalla Corona di Savoja ciò che fra breve otterrà la Catalogna: lo Statuto Speciale (termine che è intercambiabile con quello di ‘federale’) della Regione Siciliana, che nasce il 15 maggio del 1946 in una Italia monarchica, e che la sovvenuta (e luetica come sempre ripetiamo, nata dall’imbroglio del falso referendum del 2 giugno del medesimo 1946) Repubblica accetterà e inserirà anzi nella Carta Costituzionale nel 1948.
Il quale Statuto prevede l’autogestione delle nostre ricchezze: se tale parte non viene compiutamente attuata, è colpa dei politici regionali e di chi li sostiene, invece di fare l’interesse del popolo siciliano.
Che poi oggi la discussione sulla riforma del titolo V e quindi sul ruolo delle Regioni a Statuto Speciale, e la Sicilia ha l’unicità di questo ed è la più “speciale” di tutte, possa limitarne le funzioni, è altra questione di cui non mancheremo di occuparci.
In Catalogna a novembre si terrà il referendum, contro la volontà del governo nazionale madrileno, per scegliere l’indipendenza o meno dalla Spagna. Si sa già che tale votazione non ha corso legale per la Costituzione spagnola, ma i catalani in gran maggioranza intendono svolgerla.
Pare che il nuovo Re ­il quale nel ringraziare alla fine del discorso della Corona, si è espresso nelle quattro lingue nazionali, castellano, catalano, basco e galiziano: vi immaginate un Presidente della Repubblica italiana che nel discorso di fine anno, si esprime nei saluti in italiano, siciliano, sardo, napoletano, romanesco, veneto e lombardo?
Questo può solo un Re…­ abbia in programma il primo viaggio ufficiale proprio a Barcellona, la bellissima e cosmopolita capitale catalana, dalla storia di grande libertà intellettuale e politica.
Se scorgiamo avvedutamente le mòsse del nuovo Sovrano ­che ha certamente presente la Storia passata ma anche quella futura: tanto per rimanere in tema, qualora la Scozia che anche deve esprimersi per l’indipendenza dalla Gran Bretagna, scegliesse di essere nazione autonoma, conserverebbe sempre la Regina come comune Capo dello Stato, quindi…­ egli agirà con determinazione ma anche con accorto rispetto della volontà popolare, evitando le trappole dell’estremismo come di intaccare il prestigio della Corona.
Ed è in fondo ciò che un Sovrano deve fare, se è veramente tale: integrare i popoli diversi e farne come la punta del triangolo, scintillare l’unità nella differenziazione di ciascuno, perchè tutti sono cari agli occhi del Divino, ma ogni essere vivente ha la propria unicità.
La sfida di Felipe è anche quella della Citta del Sole: però, portando egli il nome di Re a noi siciliani molto cari (sotto Filippo II l’isola, ove circolava la moneta Grano, ebbe prosperità economica e libertà nei commerci, come importante fu la sua classe di uomini colti, non raggiunta dipoi che nel XVIII secolo), crediamo che possa essere un monarca degno della tradizione.
                                                                                   Francesco Giordano

(Articolo pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/06/con-felipe-vi-per-la-catalogna-il-federalismo-economico-sulla-scia-dello-statuto-siciliano/)

mercoledì 28 maggio 2014

Sicilianisti, serve un bagno di umiltà...


Il successo della Lega Nord nell’Isola: sicilianisti, serve un bagno di umiltà…


 27 mag 2014   Scritto da Francesco Giordano 


Sicilianisti, serve un bagno di umiltà…
di Francesco Giordano
Una lettura in chiave squisitamente politica dei risultati delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, del 25 maggio u.s., e nella fattispecie declinata in Sicilia riferendosi alla galassia dei movimenti e partiti “sicilianisti” (con tale termine tutti comprendiamo, dagli indipendentisti puri agli autonomisti ai federalisti alle fratellanze socialiste e socialisteggianti), può darsi solo con un preventivo bagno di umiltà, tranne per alcuni.
Il bagno d’umiltà, per coloro che credono, era l’essere “tinctus” nella vasca quindi iniziati alla novella vita religiosa del Cristianesimo (invero il rito era comune ad altre religioni) al quale millenni fa si accedeva da adulti e non da pusilli; cioè dopo, come si afferma nella lingua siciliana, “ca ccì quagghiàu a mènnula”. Poi invalse l’uso del battesimo ai bimbi, tenero per quanto si vuole, ma affatto diverso nelle significazioni. lega nord
I sicilianisti di converso, riflettano su quei 14 mila e 600 circa voti che il partito della Lega Nord ha raccolto nell’Isola, dove se è vero -come hanno già fatto notare alcuni- che ha vinto l’astensionismo, cioè coloro i quali in gran maggioranza, il 57,1 %, non si sono recati alle urne -in controtendenza con la media nazionale per cui ha votato il 58%- , e ciò fa anche seguito al 53% di astensionismo, sempre in Sicilia, alle regionali del 2012, v’ha da non dimenticare mai che gli elettori siciliani, oculatissimi ed attenti, alle elezioni nazionali votano eccome: ben oltre il 64% degli aventi diritto nel febbraio 2013 si è recato a votare. Quindi si partecipa nella maggioranza alle consultazioni politiche per il parlamento di Roma, si diserta nella maggioranza per il Parlamento di Palermo, e di Brusselle.
Così fanno i siciliani: amici sicilianisti, teniamolo sempre presente, senza rammentare ciò che conviene e obliare quel che non giova. Cento e cinquant’anni ed oltre di Unità nazionale, se si esclude la fiammata indipendentista del 1944-46 (conclusasi, come sappiamo a memoria, con lo Statuto che noi chiamiamo federale, più ampio di quanto si potesse sperare anche se inattuato, e concesso da Sua Maestà il Re Umberto II; la sovvenuta e luetica Repubblica ha obtorto collo inserito la Carta nella Costituzione del 1948), hanno lasciato il segno, checchè se ne dica. Come il sangue degli eroi siciliani morti nella prima e nella seconda guerra mondiale. E pure bisogna che la si smetta con le “minchiate” del voto orientato da organizzazioni criminali, che pure è accaduto in passato: se così era, dal 2012 le statistiche ci dicono che non c’è più, perchè si recano alle urne, in Sicilia, gli elettori convinti e motivati.
Alle nazionali invece, c’è la partecipazione maggiore, e non per sospetti scambi, ma per intima convinzione. Il fatto grave per il sicilianismo, a nostro parere, è però quel dato suaccennato: 14 mila e 600 voti alla Lega Nord qui, da noi. Se ci fosse stato, non alle Europee perchè sarebbe parso impossibile superare la soglia dello sbarramento del 4 %, un coordinamento di tutti i movimenti indipendentisti siciliani, i quali ad una sola voce avessero calcato i temi ed i toni esattamente nel modo in cui il neosegretario Salvini li ha affrontati per la Lega, anche in Sicilia vi sarebbe stato un buon risultato per un qual che sia movimento federalista.bandiera siciliana
Però ci conosciamo: ve li immaginate voi i sicilianisti, la più gran parte “infetti” dal sinistrume troskista e veteroleninista (ci perdonino, ma…) quindi diméntichi della grande tradizione del defunto MIS, che con Finocchiaro Aprile, con Lucio Tasca, con Guglielmo e Franz di Carcaci, erano tutti monarchici, conservatori, liberali, (e frammassoni), così come la più gran parte degli iscritti dell’epoca, sbraitare nelle piazze dell’Isola, contro gli immigrati, contro l’Euro, per la salvaguardia dei confini della nostra terra, per dare lavoro prima alla nostra gente? Noi no, non lo immaginiamo neppure. Per queste ragioni molti qui hanno votato Lega, mentre avrebbero votato un rassemblement sicilianista, semai vi fosse stato, conservatore e convinto delle proprie idee.
Abbiamo prima detto che il bagno di umiltà è per i sicilianisti, tranne che per alcuni. Poichè se c’è un movimento autonomista, dal nome ambiguo è vero, come Articolo 4, guidato da una “vecchia volpe” come Lino Leanza, che ha indovinato l’operazione politica del momento, raccogliendo 90 mila consensi con la candidata eletta, la collega Michela Giuffrida, piazzando il “carretto siciliano” entro le liste del PD (il quale con le percentuali d’oggi si può dire essere la nuova DC, con la differenza che allora vi erano autentici leader… e qui ci fermiamo…), è proprio il gruppo del deputato regionale originario di Maletto. Poco importa se nel suo paese un giovinotto, probabilmente per motivi locali, ha fatto il pieno di voti per la Lega: son sempre voti “sicilianisti” espressi in altre forme, probabilmente Leanza non ha curato bene la natia magione.
E’ stato più attento per la sua candidata eletta: per coloro che si meravigliano del grande pieno di voti avuti dalla Giuffrida, consigliamo di andare a verificare la ancor oggi notevole influenza dei parroci, nelle varie diocesi e rioni sia a Catania che altrove. E altro non si aggiunga. “La Chiesa” (intendendo i fedeli che frequentano stabilmente le parrocchie, non la gerarchia ecclesiastica, la quale come è giusto, non dà indicazioni elettorali) si è espressa, anche a livello nazionale in codeste elezioni, figuriamoci se non succedeva a livello regionale. E ciò non vuol dire che se Articolo 4, una formazione autonomista siciliana, ha colto nel segno, sia da lodare in quanto tale: conosciamo il percorso politico di Leanza e dei suoi, e non sono rose e fiori. Però i fatti sono questi.
Per non parlare del Movimento Cinque Stelle: si è messo contro i cosiddetti “poteri forti”, scelta che alla fine si paga. Perfino ospitato da Vespa, in prima serata, Beppe Grillo ha sottolineato che lui “non vuole massoni” tra i candidati al M5S: è vero che le massonerie presenti in Italia sono molte e divise e non hanno il peso politico che le Obbedienze riscontrano nelle altre Nazioni, però chi ha ascoltato e muove le fila, ha memoria, non dimentica, e sa come fare abbassare le creste a chi straparla come i regimi totalitari (solo il fascismo, il comunismo e il nazismo proibirono le organizzazioni massoniche o le misero al bando: infatti sia in Spagna che in Germania che in Italia, patrie di dittature di destra, le formazioni populiste non hanno vinto, seppure conseguirono buoni risultati, a fronte dei partiti di governo: mentre in Francia e Gran Bretagna, patrie della Massoneria, è il trionfo dei cosiddetti partiti “euroscettici” e nazionalisti…).
Quando nel 415 a.C. oltre trecento navi da Atene mossero “verso l’Italia e la Sicilia” (distinzione netta già allora, come era chiara la conseguenzialità della penisola con l’Isola nostra e in qualche modo, era in atto l’interscambio di idee e persone), ricorda Tucidide nella “Guerra del Peloponneso”, per fare pugna con Siracusa che era alleata di Sparta, sia Reggio che Messina che Catania chiusero le porte ai soldati dell’Attica: avvenne però che a Catania mentre Alcibiade convinceva i maggiorenti della città a schierarsi con loro, gli ateniesi da una porta entrassero “per la piazza del mercato” (oggi piano del Duomo), e così i catanesi acconsentirono a ospitare le truppe di Atene. Mal ne incolse ad Alcibiade, che dopo questa sortita dovette fuggire dalla Sicilia perchè gli ateniesi lo ricercavano, non per le sue inclinazioni sulle ginocchia di Socrate (vedasi il Simposio), ma per aver commesso atti sacrileghi e sfregiato le Erme: perciò lasciò egli il comando a Nicia.
Tutto questo per dire che sin da allora la maggioranza dei siciliani, come adesso se non si esprime nel voto tranne che per consultazioni che la fanno sentire parte integrante dell’Italia, attende e solo se subisce, accoglie. Siamo sempre gli stessi, secondo quanto capì il Lampedusa: “vengono a insegnarci l’educazione, ma non lo potranno fare, perchè noi siamo déi”.
                                                                                                          Francesco Giordano



(Pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/05/il-successo-della-lega-nord-nellisola-sicilianisti-serve-un-bagno-di-umilta/)

venerdì 23 maggio 2014

La festa di Santa Rita a Catania, 22 maggio 2014


E' molto sentita a Catania, seppure non sia autoctona, la devozione verso Santa Rita, detta anche "la Santa dell'Impossibile". Il centro del culto è sempre stato il tempio di Sant'Agostino in via Vittorio Emanuele, nel vero centro storico della città, elevato a Santuario nel 2013, con la denominazione "di Santa Rita in Sant'Agostino"; è retto da Monsignor Gianni Perni, e conta una numerosa comunità di fedeli, attenta e devota. 
Anche quest'anno si è celebrato il giorno dedicato alla Santa, in un tripudio di rose rosse, segno della mistica unione con la religiosa; il mese entrante giungerà da Cascia la reliquia. Da notare come la devozione sia molto composta, intensamente popolare e sentita, specie per il terribile periodo di crisi che si sta attraversando. Per dare l'idea, qui un nostro video breve della celebrazione.


lunedì 12 maggio 2014

La Corte Costituzionale erode i poteri del Commissario dello Stato in Sicilia: ma la storia è lunga ed articolata…


consulta




La Corte Costituzionale erode i poteri del Commissario dello Stato in Sicilia: ma la storia è lunga ed articolata...

L'ordinanza della Corte Costituzionale del 5 maggio c.a. (qui il testo completo :http://www.linksicilia.it/2014/05/la-consulta-mette-in-dubbio-il-commissario-dello-stato-imposto-da-roma-alla-sicilia-l-ordinanza/ )  relativa alla impugnativa che il Commissario dello Stato per la Regione Siciliana ha svolto nel dicembre 2013 contro la legge regionale poi pubblicata in GURS dal Governo Crocetta, è interessantissima per molte ragioni. Storicamente parlando, anche se il documento si muove perfettamente in punta di diritto, e diversamente non potrebbe essere, è un passo notevole per lo svuotamento ipso facto della funzione del Commissario, che da 68 anni incombe sulla autonomia, noi diciamo federale, della Sicilia.
Facciamo un po' di revival storico. L'Isola nostra possiede il Parlamento più antico della terra, in funzione dal XII secolo mercè la volontà del Gran Conte Ruggero d'Altavilla, il biondo Normanno che liberò la Trinacria dalla sudditanza emirale mussulmana (seppure anche in quel periodo storico, specie nel secolo XI, con Giaf'ar, la Sicilia fosse già uno stato di fatto indipendente, anche se per pura formalità prestava atto d'omaggio al Califfo d'Egitto), esaltato dal primo Re di Sicilia Ruggero II (mentre l'assise britannica entrava in esercizio, e con poteri limitati, qualche decennio dopo), e luminosamente risvegliato dagli stròmenti della modernità nel 1812 con la cosiddetta Costituzione "inglese", che abolisce la feudalità ed il maggiorascato, dona la libertà di stampa e parzialmente di espressione, fino al 1816. In quell'anno divenuto il fedigrafo Ferdinando, già IV di Napoli e III di Sicilia, I Re "delle Due Sicilie", abolisce l'indipendenza siciliana, sopprime il Parlamento, rinnega la Costituzione "imposta" dagli illuminati nobili siciliani e da Lord Bentinck fiduciario di S.M.Britannica in Sicilia, e accorpa l'isola ai domini di là del Faro. Egli dimenticava il benvolere dei siciliani che lo accolsero nel 1798 protetto da Nelson mentre "fuìva" da Napoli in rivolta; ben più freddamente lo accoglievano nel 1806, nel secondo esilio, perchè tornò a imporre tasse per il mantenimento della sua Corte. Però ben sapendo della grandissima volontà indipendentistica dei siciliani, si affretta a nominare un Luogotenente per gli affari isolani, e così faranno i successori: tra questi sarà più noto il Marchese delle Favare, che appronterà alcune strade e rimane famoso per i possedimenti a Palermo e una bella dimora nel paese di Biancavilla, sull'Etna. La figura del Luogotenente per gli Affari di Sicilia era un mero palliativo per le aspirazioni del popolo e dei borghesi e della nobiltà, che infatti insorsero sia nel 1820, che nella rivoluzione del 1837 (innalzando, per l'ultima volta nel XIX secolo, la bandiera giallorossa con la triscele, e accadde a Catania più che a Palermo) che in quella lunga un anno e quattro mesi, del 1848-49 (in tale occasione divenuto però il sentimento siciliano federale, il vessillo fu il tricolore con al centro la triscele).  Giunto il "liberatore" Garibaldi e sconfitti i borboniani a Calatafimi nello storico maggio del 1860, l'ultimo Luogotenente della cadente dinastia, il vecchio Principe di Castelcicala, si dovette "umiliare" al barbuto e indomito guerriero in camicia rossa, su di un vascello inglese nella rada di Palermo (all'ombra della squadra e del compasso...). Garibaldi proseguiva per Napoli, i cosiddetto "plebisciti" (sulla cui validità e sostegno della nobiltà ad essi, ben scrisse il Tomasi di Lampedusa nel "Gattopardo") sancivano l'Unità con l'Italia, ma subito dopo la visita di Vittorio Emanuele II a Palermo (dicembre 1860), il governo nazionale istituiva ex novo la Luogotenenza per gli affari siciliani. Mordini, già prodittatore con Garibaldi, avrebbe voluto tenere i plebisciti per far risorgere il Parlamento dell'isola, ma Cavour si affrettava a impedirlo con l'annessione affrettata e senza cinghie di trasmissione locali: egli ben sapeva quale popolo la nuova Italia stava inglobando, se è vero che in una lettera a G.Carini dell'ottobre 1860, faceva mostra di promettere che "il Parlamento che accoglierà nel suo seno i deputati di tutte le popolazioni italiane, non disconoscerà certo i bisogni di esse...nè la Sicilia, la sola delle provincie italiane che abbia antiche tradizioni parlamentari, dovrebbe dimenticarlo...la Sicilia può fare assegnamento sul ministero onde promuovere l'adozione di un sistema di larghissimo discentramento amministrativo".
Del quale "discentramento" però non si vide traccia, se non nella reistituzione della Luogotenenza, che durava tuttavia sino al febbraio 1862. Il governo di Torino aveva compreso che non si poteva più dare alla Sicilia il Parlamento, l'avrebbe perduta di nuovo, e una rivoluzione separatista il nascente stato unitario, fragilissimo, non l'avrebbe sopportata: dònde le repressioni culminate nella celeberrima rivolta del "sette e mezzo" a Palermo del 1866, e la ferocia del corpo militare, l'aumento delle tasse, la coscrizione obbligatoria ("megghiu porcu ca surdatu" si diceva, e si dice, in Sicilia, storicamente esente dalla leva: già nel XVI secolo solo le organizzazioni brigantesche potevano tutelare l'ordine all'interno dell'isola, come capirono benissimo i magnifici Vicerè degli Absburgo...), la vendita indiscriminata in seguito alla legge Siccardi, dell'immenso patrimonio ecclesiastico, che in Sicilia gettava sul lastrico migliaia di persone che vivevano del sostentamento e attorno alle proprietà del clero (l'Abate del monastero benedettino di Catania, poi Cardinale oggi Beato, Giuseppe Benedetto Dusmet, maledì i funzionari governativi che prendevano possesso dell'"arca sacra", quel magniloquente complesso: e per chi ci crede, le stigmate durano ancora... era un sant'uomo, il panormita Vescovo di Catania che a piedi nudi saliva sull'Etna nel 1886 e fermava la lava al grido di "arrestati in nome di Sant'Agata!", la protomartire; ebbe il contraltare laico in Mario Rapisardi, Poeta della Luce e amico dei più deboli, dei poveri). Il governo unitario tornò a istituire un apposito funzionario per gli affari di Sicilia nel 1895, con Codronchi: lo appellò stavolta Commissario straordinario, e lo si ricorda tristamente perchè fu per ordine di un siciliano già garibaldino e repubblicano, Francesco Crispi di stirpe siculo-albanese, che la Sicilia subiva lo stato d'assedio, e molti innocenti morivano negli scontri,  in seguito ai tumulti per fame e per la vergognosa emigrazione, sostenuti dai Fasci dei Lavoratori, capitanati da Giuseppe De Felice Giuffrida, figura notevole del nascente movimento socialista.  Come si nota, in tempi di drammatiche crisi sociali rispunta la figura del fiduciario dello Stato nazionale.
Si giunge così  all'ultimo conflitto mondiale e alla sconfitta italiana, con l'accupazione degli Alleati Anglo-Americani: l'Allied Military Government of Occupated Territory operò in Sicilia dal luglio 1943 al febbraio 1944, mese in cui l'Isola venne, con moltissime proteste da parte di Andrea Finocchiaro Aprile e degli indipendentisti siciliani, "riconsegnata" al governo nazionale italiano. Governatore dell'AMGOT era l'inglese Lord Rennel of Rodd, capo degli Affari Civili Charles Poletti, già governatore di Nuova York. Finocchiaro, da grande leader, aveva capito, e lo scrisse, che era meglio fossimo rimasti sotto l'amministrazione civile e militare Alleata. Da qui il movimento di annessione agli USA detto della "49° Stella". Dal giorno in cui l'Italia tornava a "gestire" la Sicilia, poichè  si conoscevano i sentimenti dei siciliani,  impose il Commissario, allora (1944-1948) Alto Commissario per la Sicilia, dipoi e fino ad oggi Commissario dello Stato. Crediamo sia l'unica regione al mondo, la Sicilia, che ha uno Statuto di fatto federale, quello del 15 maggio 1946 frutto dalla guerra civile allora in atto fra governo italiano (monarchico, non repubblicano) e popolo siciliano, e un Commissario con pieni poteri, anche quello di sciogliere il Parlamento. Questi i fatti: se li si osserva solamente, una situazione che dire paradossale è poco. Non che la figura del Commissario sia stata sempre negativa.     E', politicamente ma anche filosoficamente se si vuole, lo stesso concetto di "commissariamento" della Sicilia, da settanta anni circa, che è fortemente opinabile.
Ciò che, tornando al discorso iniziale, l'ordinanza della Corte Costituzionale pubblicata il 7 maggio u.s. sta iniziando a fare: e che a presiederla vi sia il siciliano Gaetano Silvestri, già Magnifico Rettore dell'Università di Messina, ed a relatore sia il siciliano Sergio Mattarella, crediamo non sia un caso. Come il consiglio, tra cui spiccano i nomi dei noti giuristi Sabino Cassese, Giuseppe Tesauro, Giuseppe Frigo: evidentemente ci si sta rendendo conto che, mutatis mutandis, la Storia cambia e se non si interviene "donde si puote ciò che si vuole", il fiume degli eventi imporrà comunque la suprema volontà
Non ci si illuda, da sicilianisti e federalisti tuttavolta, che l'ordinanza della Corte Costituzionale rimescoli le carte, ovvero abolisca ex nunc la figura del Commissario dello Stato: esso è previsto dalla Costituzione italiana di cui lo Statuto è parte integrante, e la Corte  non può fare altro che de facto svuotarne i poteri, lasciandone il simulacro, in attesa di tempi migliori. Ma con molto tatto, come essa scrive, per ora, "sospendendo" il giudizio in attesa di successiva ordinanza. Si rileggano i passaggi del testo in cui si ribadisce, e altro non potrebbe fare, l'inquadramento unitario dello Stato specie in riferimento alla soppressa di fatto, non giuridicamente, Alta Corte per la Sicilia, che è poi il motivo dirimente per cui (ora, certo, ma la giurisdizione, chi è malizioso direbbe la politica attuale, ha i suoi tempi: si pensi alla sentenza che dichiara illegittima la legge del 2006 sulle preferenze nelle votazioni nazionali, pubblicata quest'anno, per rendersi conto della cronologia) la Corte "solleva questione di legittimità" sul potere che il Commissario dello Stato ha in Sicilia, preventivamente, di cassàre le leggi regionali: è questo il motivo del documento, e si vuole che tale potere venga abolito e sia successivo. Ma antropologicamente esso va oltre, e certo se non discute la figura del Commissario in sè, la erode dall'interno in modo sostanziale.

Ecco i passaggi importanti:
con la sentenza n. 6 del 1970, sono stati dichiarati costituzionalmente illegittimi gli artt. 26 e 27 dello statuto della Regione siciliana, relativamente alla residua competenza penale dell’Alta Corte circa i reati del Presidente e degli Assessori regionali – peraltro, sino a quel momento, mai concretamente esplicatasi – affermando, tra l’altro, che «contrastano con la Costituzione, nel loro insieme, tutte le norme relative all’Alta Corte, perché in uno Stato unitario, anche se articolantesi in un largo pluralismo di autonomie (art. 5 della Costituzione), il principio della unità della giurisdizione costituzionale non può tollerare deroghe di sorta»;
che, nella decisione da ultimo richiamata, questa Corte ha tra l’altro affermato che detto potere di impugnativa «se si poteva ben giustificare nella fase di primo impianto dell’ordinamento siciliano, quando, in assenza di un sistema di garanzie definitivamente fissate in sede costituzionale, si tendeva ad individuare nel Commissario il garante imparziale del “patto di autonomia” tra l’ordinamento siciliano e l’ordinamento statale – non si giustifica certamente più nell’ambito di un ordinamento costituzionale quale quello attuale, dove il quadro dei rapporti tra Stato e Regioni, ordinarie e speciali, risulta completamente delineato e regolato nonché garantito attraverso un sistema di giustizia costituzionale ispirato a principi unitari»;
che il regime relativo alle leggi siciliane presentava, peraltro, alcuni spazi di maggiore autonomia, non essendo previsto il rinvio all’organo legislativo regionale per un secondo esame ed essendovi, per il Presidente della Regione, la possibilità di promulgare le leggi decorsi trenta giorni dalla loro impugnazione;
che la condizione del controllo delle leggi delle Regioni ad autonomia speciale è mutata, a seguito dell’entrata in vigore del nuovo Titolo V della Parte seconda della Costituzione, per effetto dell’art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), il quale prevede che «Sino all’adeguamento dei rispettivi statuti, le disposizioni della presente legge costituzionale si applicano anche alle Regioni a statuto speciale ed alle province autonome di Trento e di Bolzano per le parti in cui prevedono forme di autonomia più ampie rispetto a quelle già attribuite»;
che, invero, alla stregua dell’indicata giurisprudenza della Corte costituzionale sul controllo di costituzionalità delle leggi delle Regioni a statuto speciale, la «soppressione del meccanismo di controllo preventivo» si traduce comunque in «un ampliamento delle garanzie di autonomia», realizzandone una forma più ampia;
solleva, disponendone la trattazione innanzi a sé, questione di legittimità costituzionale, in riferimento all’art. 127 della Costituzione e all’art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), dell’art. 31, comma 2, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), limitatamente alle parole
«Ferma restando la particolare forma di controllo delle leggi prevista dallo statuto speciale della Regione siciliana»; 2) sospende il presente giudizio fino alla definizione della questione di legittimità costituzionale di cui sopra;

La Sicilia sarà dunque, presto o tardi, liberata dalla figura, o meglio dai poteri grandi, del Commissario dello Stato, la cui genesi storica più sopra delineammo? E' una conquista per l'Autonomia dell'Isola in senso federale, o sarà un piccolo segno di forma mentre nei fatti il Governo nazionale avrà più controllo sul Parlamento siciliano, di cui in ogni caso non sta mettendo in discussione, almeno fino ad oggi -seppure abbia tentato- le quasi millenarie prerogative?   Il tempo darà la risposta.
Per parte nostra, se evangelicamente parlando il Maestro in Israele Gesù bar Joseph, insegnava che "dai frutti li riconoscerete", da convinti "innamorati", in senso storico filosofico e antropologico, della istituzione monarchica (qui intesa in senso onnicomprensivo: oggi chi incarna in modo perfetto tale ruolo è Sua Maestà Elisabetta II del Regno Unito), non ci illudiamo più di tanto che la Repubblica Italiana, pure rispettata e onorata, possa compiere gesti generosi verso l'Isola Trinakìa: perchè essa nacque, purtroppo per lei, luetica. Nessuno dimentichi che il fatale 10 giugno del 1946 la Suprema Corte di Cassazione sedente in Roma, presidente Pagano, un galantuomo di stirpe siciliana, comunicò solamente il risultato del referendum monarchia-repubblica (che fu storicamente una truffa, come è oramai acclarato dalla storiografia e già allora si sapeva perfettamente), rifiutandosi di proclamare il nuovo status istituzionale, mettendo così in forte imbarazzo De Gasperi, che la notte tra il 12 e il 13 fece il primo "colpo di stato" del dopoguerra, attribuendosi poteri presidenziali mentre c'era il Re al Quirinale, contro la legge. E il 18 giugno, da cinque giorni partito il Sovrano (che lasciava a villa Savoia i piccoli mutilati di guerra da lui ospitati, dato che nessuno vi provvedeva, tra le lacrime...), la Cassazione, coartata, si pronunziava sui ricorsi, ma nuovamente si rifiutava di proclamare la repubblica, che era sbandierata con un comunicato del governo. La Gazzetta Ufficiale dichiarò a luglio 1946 che De Gasperi deteneva i poteri presidenziali dal 18 giugno, cedendoli a De Nicola, sancendo così il vulnus di legalità denunziato da Umberto II all'atto dell'esilio, con il celebre proclama in cui scrisse che "confidava" nella storica imparzialità della Magistratura italiana. La quale non proclamò mai la repubblica, fu il governo a farlo. E se fin dall'inizio è andata così, non meravigliamoci poi di ciò che venne, e verrà, dopo.
                                                Francesco Giordano

(Pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/05/la-consulta-erode-i-poteri-del-commissario-dello-stato-ma-la-storia-e-articolata/)