venerdì 21 marzo 2014

La Crimea verso la Russia, la Sardegna verso la Svizzera... per noi siciliani un film già visto: ci federiamo agli USA o lo Stato italiano, a norma dell'articolo 38 dello Statuto e per evitare continue tragedie, ci da quel che ci spetta, ovvero lavoro e soldi?







La Crimea verso la Russia, la Sardegna verso la Svizzera... per noi siciliani un film già visto: ci federiamo agli USA o lo Stato italiano, a norma dell'articolo 38 dello Statuto e per evitare continue tragedie, ci da quel che ci spetta, ovvero lavoro e soldi?

In queste giornate di grande fermento sociale in Europa, si leggono proposte che un tempo potevano apparire eretiche, ma sono invece ritorni di quella "grande proletaria", per dirla col Pascoli, che non è più l'Italia, ma la Storia. Quella con la S majuscola, che pochi comprendono e ancor meno sanno recepire nei suoi turgidi e decisivi percorsi. Essa, come una dèa antica, incede verso l'avvenire. E l'avvenire è luminoso sempre, come il sole sorgente dalle acque.

Orbene, poichè molti sommovimenti nascono dal web, un tale Andrea Caruso, sardo e pare dentista, ha lanciato una petizione online sul popolare social facebook, per "vendere" la Sardegna, regione tanto ricca di bellezze naturali quanto sofferente in senso sociale, alla Confederazione Elvetica, che ne farebbe il 27° cantone.  Sembra che oltre 7000 adesioni abbia raccolto la apparentemente bizzarra proposta popolare. Il "venditore" dovrebbe essere il governo di Roma, che debiti ne ha a iosa, o la popolazione sarda che si autoconsegnerebbe con volontà popolare agli svizzeri? Non abbiamo capito bene, ma importa non tanto. Se è intenzione dei sardi e non delle migliaja di "internettiani" di associarsi alla Svizzera, anche se incostituzionale, organizzino un referendum popolare consultivo e ove fosse la maggioranza, si formi una Assemblea Nazionale (non il Consiglio regionale della Sardegna) che chieda formalmente al governo regionale sardo e a quello nazionale italiano ciò che è desiderio della più gran parte del popolo. Esso decide. Queste ci paiono le minime indispensabili qualità non solo per il diritto pubblico ma soprattutto per l'etica sociale.

La Crimea con quasi il 97 per cento dei consensi, ha chiesto con un voto popolare di essere indipendente e di associarsi alla Federazione Russa. Per quanto si possa gridare allo scandalo da parte delle nazioni europee e dagli stessi Stati Uniti d'America, a Washington come a Londra sanno bene che la penisola dove da più di cento anni sono alla fonda le navi militari di Mosca, è considerata dai russi "il cortile di casa", e mai qualunque inquilino del Cremlino permetterebbe che la gestione politica di Crimea passi in mani che non siano del governo centrale moscovita, pur nelle varie forme di autodeterminazione. Come è ovvio se si pensa, dall'altra parte dell'oceano, alla gestione del canale di Panama che, se è da qualche anno stato reso libero dalla diretta tutela USA, è logico rimanga sotto la sfera d'influenza nordamericana. E' la Storia. Sempre quella con la S majuscola, "che passa", come scriveva Mario Rapisardi a Napoleone Colajanni a proposito dello stato d'assedio in Sicilia del 1894 (decretato da un siciliano, Crispi).

Veniamo quindi alla Sicilia. A noi che abbiamo, diversamente da alcuni, specie nel mondo sicilianista, memoria del passato (purtroppo in tale ambiente, la spregiudicatezza arrogante unita all'ignoranza, provoca brutti scherzi...) queste proposte annessionistiche della Sardegna alla Svizzera, o le macroregioni di Beppe Grillo (non è una asserzione gettata lì a caso, dal leader di un grande movimento politico, ma una "bomba" mediatica importante: solo che bisognerebbe spiegare al coraggioso nuotatore che ha varcato lo Stretto recentemente, che tali macroregioni in cui si dovrebbe dividere e autogestire l'Italia non comprendono la Sardegna e la Sicilia le quali, proprio perchè isole e storicanmente indipendenti per secoli, non possono e non debbono fare parte nè di Napolitanie... nè di Regni delle due Sicilie creati dai congressi di Vienna o da tratti di penna degli oligarchi di passato e presente...un po' di conoscenza storica, please...), fanno venire in mente due realtà politiche del XIX e XX secolo. La prima fu la richiesta del "proconsole" inglese in Sicilia negli anni 1811-14, Lord William Bentinck, al Parlamento di Sua Maestà, di annettere puramente e semplicemente l'isola ai dominions (era stata promulgata suo tramite e per virtù degli intellettuali dell'Isola, la luminosa Costituzione del 1812...): "la Sicilia", affermava quel grand'uomo idealista, "sarebbe la perla più bella della Corona di Sua Maestà Britannica". Non potè succedere -per noi sarebbe stato meglio, senza dubbio: non per i britannici probabilmente...- e Bentinck dopo qualche lustro emigrò in India dove divenne Governatore e dotò pure quei popoli di una Costituzione liberale le cui idee, da whig, amava diffondere.

La seconda realtà è quella che lo storico palermitano prof. Giuseppe C. Marino chiama nel suo bel volume sul separatismo, una "esplicazione eterodossa" di esso. Ovvero il "Movimento per la 49° Stella", che tra il 1943 e il 1947, in piena guerra civile separatista mentre molti siciliani intendevano staccarsi dall'Italia ed era forte il partito indipendentista, sotto la spinta prima dell'occupazione Alleata, poi dell'assenza dei tradizionali partiti, in seguito per la concessione dello Statuto, chiedeva senza mezze misure l'annessione della Sicilia agli Stati Uniti d'America, che a quel tempo contavano 48 unità statuali. Si era creato persino il simbolo, con la triscele e la bandiera a stelle e strisce. Molto, molto simile alla bandiera di combattimento dell'EVIS che ancor oggi sventola nei raduni sicilianisti; eguale, tranne il triangolo azzurro ove da noi è un quadrato, e la stella pentalfica al posto della triscele, alla bandiera della Catalogna la quale fra pochi mesi con un referendum autogestito (e non autorizzato dal governo centrale di Madrid!), chiederà l'indipendenza dalla compagine spagnola. E come si sa, queste coincidenze non sono casuali, anzi. A chiedere l'annessione vi era una corrente di personaggi, fra il 1943 e il 1947, tra cui vogliamo citarne tre: uno fu l'editore catanese Concetto Battiato, fondatore altresì del "Partito Laburista Siciliano" e del giornale "Sicilia repubblicana", arrestato dalle forze governative nazionali per le sue idee separatiste, poi rilasciato; l'altro (secondo un rapporto militare del 1944) fu l'editore Ardizzone di Palermo; il terzo, il "Robin Hood di Sicilia", dalla pubblicistica definito bandito, Salvatore Giuliano. Così ha scritto la sorella Mariannina nel volume "Mio fratello Salvatore Giuliano" (Montelepre 1987), unitamente al figlio Giuseppe Sciortino, pagg. 144-45: "Deciso a continuare anche da solo" (dopo l'assassinio di Canepa nel giugno 1945), "fondò il MASCA, Movimento per l'Annessione della Sicilia alla Conferedazione Americana. Questo Movimento aveva il fine di rendere la Sicilia indipendente e di annetterla all'America. Sarebbe nata la 49° stella. Allo scopo di diffondere questa sua idea, Turiddu si servì dell'opera di un pittore di Montelepre, certo Filippo Puntorno. Egli preparò un manifesto in cui era raffigurato un uomo in divisa (Turiddu) che spezza la catena che unisce la Sicilia all'Italia e ne lega un'altra agli Stati Uniti". Giuliano poi, incontrando il giornalista Mike Stern nel maggio 1947, scrisse una lettera al Presidente Truman, in cui fra l'altro affermava: "Con la guerra perduta noi ci troviamo in uno stato disastroso e cadremo facilmente vittima degli stranieri. In 87 anni di unità nazionale o, per essere esatti, in 87 anni di schiavitù all'Italia, siamo stati depredati e trattati come una misera colonia: per questo noi vogliamo unirci agli Stati Uniti d'America. Nel 1945 i muri della maggior parte delle città siciliane, compresa Palermo, furono coperti di manifesti in cui si vedeva un uomo (io stesso) che taglia la catena che tiene la Sicilia legata all'Italia, mentre un altro uomo, in America, tiene un'altra catena a cui è unita la Sicilia. Quest'ultimo è il simbolo della mia speranza che la Sicilia venga annessa agli Stati Uniti. Annessionista dalla prima infanzia, non potei mai estrinsecare i miei sentimenti a causa della dittatura fascista. Divenuto latitante, volendo usufruire anch'io della libertà politica portataci in Italia dall'entrata degli Americani, pensai che solo allora potevo tradurre in realtà quella che per me era stata la più grande aspirazione. Mi affiancai subito, per fare il primo passo, agli uomini del Movimento Indipendentista Siciliano, in modo di poter pensare, dopo la separazione dall'Italia, di annettere la mia terra alla confederazione americana. Fatalmente il mio Movimento, che ho definito MASCA, era destinato, per ovvie ragioni, a perire. Ciò non mi ha avvilito e non mi avvilisce ancora, giacchè è tale l'amore per la Sicilia e per l'America, che spenderei volentieri la mia vita per quest'idea" (pagg. 257-58 del libro su citato).

Il "grandioso e potente appoggio morale" che il 'guerrigliero' sicilianista Turiddu Giuliano chiedeva in quella lettera a "Mr. President", l'uomo integerrimo del Missouri e specchiato successore di Roosevelt, per l'annessione, non ci fu: probabilmente non ve ne era bisogno. Bastava, ed è sufficiente oggi, la celebre frase del leader indipendentista Andrea Finocchiaro Aprile (da troppi chiamato in giudizio ultimamente, mentre la sua specchiata etica laica dall'ombra alla Luce, come fu quella di Roosevelt e Truman, e molti altri padri nobili dell'indipendentismo di ieri e di oggi, da Rindone a Tasca al Duca di Carcaci, ad Amari e Ruggero Settimo, rifulge immacolata di contro gli inquinamenti mestatori di chi ne infanga la memoria) scritta alla signora Eleanor Roosevelt il 15 febbraio 1945, giusto quasi 70 anni fa: "Come ho più volte dichiarato... saremmo lieti e orgogliosi se la Sicilia potesse essere la longa manus degli Stati Uniti in Europa". Perchè i capi del movimento separatista furono tutti, come è dimostrato dai fatti, unitamente alla più gran parte della popolazione di Sicilia, allora come oggi, filoamericani e filoinglesi. Che poi una certa aberrazione sicilianistica abbia condotto nell'ultimo quarantennio la minoranza che fu di Varvaro e Canepa, a sostituirsi alla maggioranza e quindi identificare l'indipendentismo sicilianista con l'antiamericanismo oggi, è del tutto antistorico e fattualmente contestabile e, quel che più conta, irrilevante a' fini politici, se non per folklorismi. La situazione attuale tutti la conosciamo, e non si dimentichino gli accordi di Yalta: i quali sono da rispettare, giammai da discutere perchè volenti o nolenti i contestatori, ancora vigenti de facto.

Dunque, tornando alla provocazione sarda, noi siciliani che vogliamo fare? Se l'Italia non ci sta più bene, dichiariamo l'indipendenza per poi federarci agli Stati Uniti, riprendendo la suddetta idea? Nihil sub sole novum... ma probabilmente della annessione agli USA non ve ne è bisogno. Abbiamo uno Statuto bellissimo, inapplicato. E un articolo, il 38, oggi dimenticato (alcuni lo definiscono pure vergognoso, scordandosi che proprio perchè lo stato nazionale sa benissimo i torti fattici, lo ha scritto nella nostra Costituzione sicula...): "Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi in base ad un piano economico, nell'esecuzione di lavori pubblici. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto alla media nazionale. Si procederà ad una revisione quinquennale della detta assegnazione con riferimento alle variazioni dei dati assunti per il precedente computo". Oggi non v'ha articolo dello Statuto più importante e chiaro di questo, a nostro avviso -anche se ad arte, è stato occultato: non fu così nei primi 20 anni di autonomia regionale- : è il fondamento, incardinato nella carta costituzionale della Repubblica Italiana, della frase popolare detta, specie in momenti gravi come quelli attuali, dal siciliano medio che è nelle difficoltà lavorative ed economiche: "U' Statu nnà dari u travagghiu"!!

E se questa affermazione popolare è incardinata nello Statuto, un motivo c'è: lo Stato che ci tiene commissariati sin dal 1944, dal giorno in cui cessa l'AMGOT e subentra il governo nazionale (allora Alto Commissariato per la Sicilia, poi Commissario dello Stato con funzioni inserite nello Statuto: neppure i Savoia, che governarono monarchicamente lo Stato unitario, mentennero ad kalendas graecas il Commissariato Civile, durante lo stato d'assedio in Sicilia: lo revocarono finita l'emergenza, mentre la Repubblica lo ha costituzionalizzato...), se è indubbio che non mollerà la presa sulla Sicilia -senza la quale l'Italia crollerebbe, per le energie e risorse, in primis quelle petrolifere, che drena verso la penisola- , ci dia ciò che si è impegnato a fare statutariamente, il denaro e il lavoro, specie a chi non ha reddito, partendo da coloro che hanno zero in ISEE, o hanno perduto l'occupazione: non facendolo vìola la medesima Costituzione, di cui lo Statuto siciliano è parte integrante. O finirà nel caos, come i più accorti, e Grillo e Casaleggio ne sono consapevoli, hanno da tempo compreso.

Il suicidio recentissimo del lavoratore La Delfa di Leonforte, quarantaduenne e padre di tre figli, bruciatosi davanti il Municipio per non aver potuto ottenere un alloggio popolare, grida vendetta, come tanti altri sull'orlo della follìa: perchè la mente, dice un vecchio detto siciliano, "è un filu di capìddu". Se lo Stato desse, chiamandolo reddito vita, di cittadinanza o altrimenti, a tutti coloro che non hanno cespiti per il solo fatto di essere senza lavoro, come accade nelle nazioni civili, in primis in Germania (dove pure l'alloggio è a spese della collettività, per chi non lavora: sempre, non con un tempo limite...qui molti non lo sanno!) e senza obbligarli a seguire programmi e attività (come una certa proposta del PD, detta "di inclusione sociale" ha artatamente fatto, senza però copertura nella finanziaria...) un minimo di liquidità indispensabile per vivere dignitosamente, tali tragedie non succederebbero. E temiamo che si ripeteranno, perdurando l'attuale disastro sociale. Basti applicare l'articolo 38 dello Statuto siciliano.

"E' la Storia che passa", docet Mario Rapisardi: l'augurio comune è che sia un passaggio che avvenga pacificamente e non contempli l'effusione del sangue, come troppo spesso ultimamente sta accadendo.

Francesco Giordano



 

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